E così Marco Tronchetti Provera si è fatto da parte: ha lasciato la presidenza della Telecom, ma non ha rinunciato a combattere. Non sarebbe da lui. Se la prende con i politici, con i giornali, con tutti quelli che gli capitano a tiro, e dice "noi siamo la parte lesa". Il tronchetto ha ragione a metà: c'è una parte lesa, ed è grande sia la parte che la lesione. Però sbaglia il soggetto: quel "noi" non si riferisce a lui, alla Telecom o alla Pirelli; c'è un altro "noi" che si deve leccare le ferite, un "noi" che non ha molte armi per combattere, e deve sperare di non buscarne troppe. Ma vediamo di ricapitolare i fatti e di provare a capirci qualcosa.
Qualche mese fa si scopre che all'interno della Telecom c'è una struttura che, al di fuori di qualsiasi legalità e controllo, intercetta migliaia di persone, raccoglie informazioni, costruisce dossier. Del resto poche strutture possono vantare risorse migliori per svolgere un lavoro simile; l'ex azienda telefonica di stato da sempre fa queste cose, legalmente, quando è la magistratura a chiederglielo. Telecom arriva a pubblicare annunci a tutta pagina su alcuni quotidiani in cui nega tutto, denuncia il clima di persecuzione e di diffamazione che c'è nei suoi confronti, e minaccia rappresaglie verso chi proverà a parlarne male. Le chiacchiere calano, l'affare sembra sgonfiarsi, poi in piena estate arrivano nuove rivelazioni: vengono individuati i personaggi che, all'interno di Telecom e non solo, gestiscono questa struttura spionistica. Uno di loro, Adamo Bove, indicato come la chiave di tutta la faccenda, viene prontamente suicidato. Come? Ho sbagliato il verbo? No, purtroppo non credo. Arriva settembre, ancora una volta sembra che la cosa non faccia più notizia, e si ricomincia a parlare di Telecom. Stavolta però a tenere banco è la questione degli assetti aziendali: si vende Tim, anzi Tim si scorpora ma non si vende, magari si scorpora anche la rete fissa, che forse viene rivenduta allo stato, però la vendita di Tim permetterebbe di sanare parte dei quarantuno miliardi (41.000.000.000 di euro) di debiti che assillano Telecom e il suo padrone. Entra in ballo Prodi, che si muove come un elefante in una cristalleria, e dice che lui non ne sapeva niente; e lo dice offeso. Il tronchetto smentisce e annuncia sorprese. Dopo qualche giorno spunta un documento della presidenza del consiglio, che Angelo Rovati, consigliere di Prodi, riconosce come suo, in cui viene presentato un piano per lo scorporo di Tim e rete fissa. Rovati dice che era una sua iniziativa personale e che Prodi non ne sapeva niente, l'opposizione insorge, e alla fine Rovati si dimette. Infine rispunta la questione intercettazioni, che stavolta riesce a mettere d'accordo tutti: maggioranza e opposizione concordano in tempi record un decreto per la distruzione di tutto il materiale rinvenuto. Che dire? Con Telecom non ci si annoia mai.
A questo punto occorre farsi alcune domande. Perché mai Prodi doveva essere a conoscenza del piano di Tronchetti? Telecom è un'azienda privata e la cosa non riguarda il governo. Ma se lo avesse saputo, che male ci sarebbe? In fondo sarà pure privata, ma ha interessi molto pubblici, per cui non ci vedo niente di male se il governo è stato informato. Ma allora perché Prodi ha smentito con tanta enfasi? Se davvero non sapeva niente non c’era motivo di offendersi, e se invece lo sapeva, allora mente. Ed è vero che Rovati ha fatto tutto da solo nel preparare quel piano spedito a Tronchetti? Ci sono senz'altro tante persone ingenue, superficiali, impulsive; ma a questi livelli non ci credo. Chi occupa certe posizioni non ha il diritto all'ingenuità: Rovati può anche fare il finto tonto e scegliersi il ruolo del capro espiatorio, ma non mi leverà dalla testa il fatto che Prodi sapesse tutto. Fermo restando, come ho già detto, che non ci vedo niente di male, mi chiedo perché menta. Ma per questo ancora non ho una risposta (io il diritto all'ingenuità me lo tengo stretto). Qual’è la conseguenza di tutto ciò? Da settimane non si parla d'altro, l'informazione e la politica sono concentrate su una questione assolutamente secondaria, e i problemi del paese restano gli stessi di sempre. Noi siamo la parte lesa: noi che abbiamo un governo che, con ogni probabilità, mente. Noi siamo la parte lesa: noi che dobbiamo fidarci di un’informazione che ci butta fumo in faccia e ci racconta quello che vuole.
Veniamo invece alla questione più importante, le intercettazioni illegali. Ci sono migliaia di persone controllate in maniera illegale per fini assolutamente oscuri, da una struttura che era, fino a poco tempo fa, data per inesistente dal tronchetto in persona; e per quello che ho detto sopra, neanche lui ha il diritto all’ingenuità. Quindi, o mente o è un incompetente: propendo per la prima. Noi siamo la parte lesa: noi vittime, reali o potenziali, di attività di spionaggio, di schedatura e (perché no?) di ricatto.
Sulle intercettazioni poi si è visto come il mondo politico sia capace di compattarsi e trovare in un attimo un accordo pressoché unanime (altro che “grosse koalitionen”): in poche ore un decreto, già esecutivo, ha stabilito l’assoluta necessità di distruggere tutto questo materiale. Intendiamoci: il materiale illegale raccolto dalle spie deve essere distrutto. Non si può permettere che una cosa de genere resti in circolazione, neanche se da esso possa derivare la scoperta di crimini o attività illegali di chicchessia; sarebbe la tomba della civiltà giuridica e lo smantellamento definitivo di quel poco che resta del sistema giudiziario italiano. Non penso però che servisse un decreto urgente: trattandosi di corpo del reato va tenuto sotto sequestro dai giudici che indagano, fino all’accertamento dei fatti, per poi essere distrutto. Cosa che la magistratura fa già in tanti altri casi. La fretta dimostrata nel varare il decreto, ci dice una cosa molto chiara: i politici hanno paura. E se hanno paura di qualcuno che li spia è perché hanno la coscienza sporca: questo decreto è la loro confessione. Noi siamo la parte lesa: noi che forse non sapremo mai cosa hanno combinato i nostri politici, ma sappiamo che hanno parecchie cose da nascondere.
Infine parliamo di altri “noi”, categorie più ridotte numericamente, e alle quali non appartengo, ma ugualmente importanti; l’uso della prima persona vale come atto di solidarietà nei loro confronti. Noi siamo la parte lesa: noi dipendenti Telecom, che tra acquisizioni, scalate, ristrutturazioni, accorpamenti e altre diavolerie che nulla hanno a che fare con l’attività dell’azienda, siamo stati costretti a veri e propri salti mortali, e ci troviamo oggi di nuovo di fronte all’incognita del futuro. Noi siamo la parte lesa: noi piccoli azionisti che abbiamo pagato a caro prezzo titoli, per poi vederli crollare non per politiche industriali sbagliate, ma per assenza di una politica industriale. Noi siamo la parte lesa: noi utenti telefonici che non abbiamo visto la diminuzione dei prezzi avvenuta nel resto d’Europa, ma abbiamo ottenuto in compenso un deciso peggioramento dei servizi. Noi siamo la parte lesa: noi aziende concorrenti di Telecom, schiacciate dal controllo monopolistico della rete, costrette a subire i condizionamenti di chi riesce a pilotare anche le decisioni politiche di chi invece dovrebbe tutelarci. Noi siamo la parte lesa: noi che abitiamo in zone che non saranno mai raggiunte dall’ADSL, perché la Telecom non ha interesse a raggiungerci. Noi siamo la parte lesa: noi che non abbiamo il Wi-Fi, che si sta diffondendo in tutto il mondo, perché qualcuno ha convinto il precedente governo a proibirlo per legge.
Noi siamo la parte lesa, caro il mio tronchetto.
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