Freddie, Fannie e la favola del libero mercato
Inviato da ilBuonPeppe il 13/9/2008 (766 letture)
Secondo me

C'era una volta... le favole cominciano tutte così, per poi finire con ... e vissero per sempre felici e contenti. Peccato che non ci sia nessuno felice e contento in questa storia, e se c'è se ne sta ben nascosto. Ma andiamo con ordine.
C'era una volta un villaggio in cui vivevano due giganti; non erano amici, si guardavano in cagnesco, se ne dicevano di tutti i colori, si sfidavano a chi aveva la casa più bella, ogni tanto si davano qualche schiaffone, ma senza mai esagerare. In fondo ognuno si faceva gli affari propri e dava fastidio come poteva ai rispettivi vicini di casa; vicini che, volenti o nolenti, ogni tanto diventavano la scusa per una scazzottata, e di solito ne pagavano le conseguenze. Il mondo, si sa, è dei prepotenti.
Nonostante tutto c'era un certo equilibrio, forse perché ognuno dei due, per far vedere quanto era bravo, cercava di far funzionare le cose nel suo quartiere. Quartieri che, per rendere più evidente il tutto, erano stati separati da un muro.

Poi un bel giorno, i vicini di casa del gigante che abitava ad est, decisero che ne avevano abbastanza di quella situazione, e buttarono giù il muro. Da quel giorno niente fu più lo stesso. Il gigante dell'est vide crollare il suo quartiere una casa alla volta, fino a che anche la sua casa andò giù; il gigante dell'ovest assistette al crollo del nemico con malcelata soddisfazione, e si fece subito avanti per accaparrarsi quello che avanzava del disastro, diventando così il padrone incontrastato del villaggio.
Naturalmente, poiché le persone sono sempre pronte a saltare sul carro del vincitore, tutti cominciarono a decantare le virtù (vere o presunte che fossero) del gigante dell'ovest, a dire che l'altro aveva sbagliato tutto, che le sue idee erano assurde, che le uniche idee buone erano quelle di chi aveva vinto, e cose così. Uno vince, l'altro perde: sembrava finita lì.

Invece un brutto giorno, un gruppo di selvaggi che viveva nel bosco vicino al villaggio, attaccò quella pacifica gente e distrusse il tempio che il gigante dell'ovest aveva costruito al centro del villaggio. Sembrava un colpo mortale per quella gente, ma il gigante si affrettò a tranquillizzare i suoi concittadini: “calma, non è successo niente... andremo avanti come sempre... tornate alle vostre attività...”. Il tutto accompagnato dalla promessa che quei selvaggi sarebbero stati sterminati.
La gente tornò al lavoro rassicurata, il bosco circostante venne distrutto, ma dei selvaggi non si trovò traccia; chi ne fece le spese invece furono i poveri contadini che vivevano fuori del villaggio, tutte persone che non avevano nulla a che fare con i selvaggi e che non avrebbero mai fatto male ad una mosca.

A dispetto però dei proclami che il gigante periodicamente faceva arrivare al villaggio, le cose non funzionavano più. Gli abitanti del villaggio, sempre più numerosi, cominciavano a dubitare del gigante, la vita del villaggio cominciò a cambiare, i rapporti non erano più gli stessi, gli affari non convincevano più, le decisioni del gigante erano sempre più impopolari, le sue idee non si dimostravano più così buone come un tempo.
Finché arrivò il giorno che l'enorme palazzo messo in piedi e ripetutamente magnificato dal gigante, quello che da tutti era preso come l'unico modello possibile, crollò. Come erano crollati il muro, la casa del gigante dell'est e il tempio, anche il palazzo del gigante dell'ovest era arrivato al capolinea; ed era un palazzo talmente grande che crollando schiacciò sotto le sue macerie tutto il villaggio e i suoi abitanti.

La favola finisce qui e a noi tocca di trovare una morale.
E la morale che vedo io, mettendo da parte le metafore, è che tra il liberismo e l'economia pianificata (non il comunismo che è cosa diversa) non ci sono vincitori, ma solo perdenti: i cittadini. La storia ci ha insegnato che, soprattutto nei momenti di maggiore crisi, a pagare il prezzo più alto sono le persone comuni, quelle che non hanno alcuna colpa del disastro; contemporaneamente le classi più elevate ne approfittano per razziare il possibile.
Che l'economia pianificata praticata dai sovietici fosse insostenibile, oltre che ingiusta, non ci sono dubbi. Ma se qualcuno aveva ancora dei dubbi sulla vera natura del liberismo, l'11 settembre 2001 ne ha messo a nudo il difetto di fondo. “Troveremo i responsabili e li puniremo. Tornate a fare shopping”. Le parole del presidente americano all'indomani della tragedia sono molto chiare, per chi le vuole capire: l'importante è comprare, spendere, far funzionare il mercato; il resto è secondario, compresa la vita delle persone.
In questo gioco, il libero mercato ha il ruolo (teorico) di grande regolatore; un meccanismo capace di funzionare perfettamente senza interventi esterni. Una favola che troppe persone hanno pagato a caro prezzo; un gioco al massacro in cui pochi si sono arricchiti a danno di molti.

Da anni ormai assistiamo al cedimento di questo sistema che, giorno dopo giorno, sta perdendo pezzi sempre più grossi; non solo negli USA. Gli ultimi di una ormai lunga serie sono i cosiddetti Freddie Mac e Fannie Mae; due compagnie che insieme controllano oltre il 50% dei mutui concessi negli USA. Il peso delle sconsiderate operazioni finanziarie cui dovevano far fronte è diventato eccessivo, e non ce l'hanno più fatta: il governo USA è dovuto intervenire per nazionalizzarle, evitando così che la loro crisi trascinasse nel baratro l'intero sistema creditizio. O perlomeno rimandando il momento fatale.
Ma al di là dei patetici tentativi di sminuire il fatto, che in Italia la stampa (guarda caso!) sta coprendo in maniera ridicola, questo intervento segna un punto di svolta e mette in luce una verità che si voleva tenere nascosta: il sistema economico statunitense non sta in piedi, il modello liberista è fallimentare.

E' ora (anzi, è già passata) di trovare nuovi modelli, nuovi meccanismi che permettano all'economia di funzionare in maniera equilibrata, evitando l'eccessiva concentrazione di ricchezza, senza per questo penalizzare chi investe e dimostra capacità; un sistema che, offrendo opportunità e non elemosine, sia capace di ridurre, una volta tanto, il numero dei poveri; un circolo virtuoso che produca benessere per una parte sempre crescente di popolazione.
Invece assistiamo ad una folle corsa sulla strada che porta al fallimento, senza accorgerci che quelli che ci spingono a correre di più, si stanno man mano defilando dalla gara, per arroccarsi in posizioni più sicure.
E ancora una volta a farne le spese saranno i cittadini; colpevoli solo di essere ciechi.

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Ringrazio Kristel per aver tradotto questo articolo in estone.

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