V-day… e dopo?

L’otto settembre si tiene il V-Day, l’evento promosso da Beppe Grillo per protestare contro la classe politica italiana e per raccogliere le firme su una proposta di legge che intende in primo luogo impedire ai condannati di far parte del Parlamento. Inutile dire che le adesioni all’iniziativa sono arrivate (e continuano ad arrivare) a valanga; oltre all’appuntamento di Bologna, dove sarà presente lo stesso Grillo, analoghe riunioni si terranno in molte città d’Italia e non solo.
Paradosso: hanno aderito anche diversi politici. I politici protestano contro… sé stessi? Probabilmente non sanno o non hanno capito di cosa si tratta; la qual cosa non mi sorprende, considerando la loro coerenza e l’interesse per le iniziative che non vengono dall’interno della loro cricca. Ma non è dei nostri politici che volevo parlare, se ne parla già troppo. Volevo parlare invece del V-day, di Grillo e di noi, noi “popolo bue”.
Chiarisco subito due cose che mi sembrano importanti: condivido pienamente la proposta di legge per la quale si raccolgono le firme, e non ho aderito al V-day.

Protestare. Certo, protestare è non solo legittimo, ma a volte anche doveroso; di fronte ad una classe politica come la nostra, corrotta, arrogante, menefreghista, e chi più ne ha più ne metta, non si può rimanere in silenzio. Tacere significa essere complici. E allora ben venga la protesta, nelle forme che la nostra fervida fantasia ci permette.
E poi? Già, perché la protesta va benissimo, ma non ci si può fermare a questo, soprattutto se il bersaglio della protesta mostra di fregarsene allegramente. Cosa che puntualmente accade in Italia quando il bersaglio è la classe politica, a prescindere da chi è al governo o all’opposizione (se di opposizione si può ancora parlare).

Proposta di legge. Ecco, questo è uno strumento importantissimo, quello che permette di andare oltre la protesta; si protesta e si propone, si è costruttivi, cosa alla quale noi italiani siamo poco abituati a dire il vero. Stavolta c’è una proposta seria, e questo è importante.
Il guaio è che questa proposta dovrà essere discussa dal Parlamento e, nonostante le dichiarazioni di facciata e la teorica condivisione dei principi reclamati, lorsignori non si daranno la zappa sui piedi; non c’è una sola possibilità che questa proposta diventi legge finché i parlamentari apparterranno a questa casta. Però è importante provarci, dare un segno, muoversi insomma: si chiama impegno civile.

Beppe Grillo. Un mio amico dice, ogni volta che il discorso arriva da queste parti, che un comico non può parlare di politica perché non ne capisce niente; questa opinione, peraltro piuttosto diffusa, presuppone che i comici siano stupidi e che non facciano parte dell’insieme dei cittadini. E’ superfluo sottolineare che nessuna di queste due ipotesi è vera.
Il problema è un altro: se un comico arriva al punto di non fare più spettacoli per far ridere il pubblico, ma per informarlo dei problemi che lo circondano, vuol dire che la situazione è davvero grave. Grillo non è il problema, semmai è quello che lo rende evidente.

Detto questo, voglio fare una domanda a Beppe Grillo e a tutti coloro che hanno aderito al V-day: cosa succede il nove di settembre? Secondo me, un evento come questo non ha senso se rimane un fatto isolato, un’occasione bella da ricordare ma che non produce niente di concreto, che non innesca un cammino.
Un grande evento ha senso se fa parte di un percorso, se è il prologo o la conseguenza di un cammino che si pone degli obiettivi di ampio respiro. Spero di sbagliarmi, ma per ora non vedo segnali in questo senso.

Per quanto mi riguarda, e proprio per passare dalla protesta alla concretezza, sto preparando una bozza di programma politico che pubblicherò entro pochi giorni; una bozza che metterò a disposizione di chiunque voglia partecipare e contribuire. Da questo lavoro dovrà nascere (storcete pure i nasi) un nuovo partito, che si occupi di realizzare questo programma.
Perché un partito? Perché è la Costituzione (art. 49) che lo dice; il partito politico è lo strumento che i cittadini possono utilizzare “per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Ho sempre pensato che i partiti fossero troppi, ma nessuno di quelli attuali, e nemmeno di quelli che stanno per nascere, offre speranze di reale cambiamento; le persone sono sempre le stesse, le idee pure, le bugie anche. A questo punto la scelta è obbligata: chi crede che basti una manifestazione di piazza ogni tanto per cambiare l’andazzo, è un illuso. Bisogna sporcarsi le mani, accettare il rischio di fallire, di essere presi per matti.

La tanto decantata “antipolitica” non esiste: c’è la politica, che è la gestione degli interessi comuni, e ci sono gli interessi privati. La lotta al sistema politico non si fa per cancellare la politica, ma per cambiarla, facendone un’altra. Se non vogliamo rimanere un “popolo bue” dobbiamo fare politica, seriamente; e per fare politica, c’è da rimboccarsi le maniche.

I commenti sono chiusi