Una poltrona non si nega a nessuno

La settimana scorsa la provincia di Macerata ha annunciato la costituzione della società “Enrico Mattei”, una società a responsabilità limitata dedicata all’attuazione sul territorio del piano energetico ambientale regionale; oltre a questo si occuperà di gestire gli appalti nel settore energetico per i comuni aderenti. I comuni aderenti ad oggi sono… zero! Evidentemente il socio unico (la provincia di Macerata), ha svolto un gran lavoro per coinvolgere altre amministrazioni in questo progetto, e renderla operativa in tempi rapidi. Comunque sono ottimista: i comuni arriveranno sicuramente, ob torto collo magari, ma arriveranno. Ricordo che qualche anno fa parlavo con un assessore di un comune vicino a proposito di un altro progetto della provincia, un’altra società privata nella quale sono stati buttati un mucchio di soldi pubblici. L’assessore mi diceva “… noi non vogliamo avere a che fare con questa società, perché non ci piace il modo in cui la provincia la gestisce e preferiamo essere autonomi. Ma non possiamo opporci alla provincia, altrimenti ce la fanno pagare sotto altri fronti, e il nostro comune non ha le risorse necessarie per sopportare una cosa del genere“. Alla faccia del buon governo.

Resta da chiarire il perché sia necessaria una società apposita per gestire appalti e per attuare un progetto che è compito delle amministrazioni pubbliche realizzare. La risposta è molto semplice: non è affatto necessario, ma così si creano delle poltrone da occupare.
Cosa ci volete fare, la politica è cambiata: una volta si lottava per conquistarsi una poltrona a livello politico. Oggi non è più necessario: se qualcuno ha delle ambizioni da soddisfare, non si può rischiare che prenda il posto di qualcun altro; si crea un posto nuovo di zecca, sul quale l’interessato possa accomodarsi senza infastidire nessuno.

Così il potere perpetua sé stesso, la burocrazia aumenta, il costo della politica aumenta. La cosa strana è che c’è ancora tanta gente che continua a definire queste iniziative “liberalizzazioni” o “privatizzazioni”, e a considerarle qualcosa di positivo.
Il punto è che queste società sono dei veri e propri mostri di Frankenstein: un po’ pubbliche, un po’ private, ma senza i vantaggi di nessuna delle due. Se fossero veramente private sarebbero soggette a controlli da parte degli enti pubblici, ma poiché sono emanazione diretta dell’amministrazione, non avrebbe senso che questa controlli sé stessa; se fossero pubbliche gli amministratori ne risponderebbero agli elettori. Invece in questo modo i politici possono sempre giocare allo scaricabarile quando qualcosa non funziona.

In Italia le società di questo tipo sono migliaia; in perfetta par condicio, nascono, crescono e si moltiplicano ovunque, a prescindere dal colore politico dell’amministrazione di riferimento. Migliaia di presidenti e di consigli di amministrazione che noi paghiamo sorridendo, convinti che questo serva a ridurre i costi della politica.

Voglio fare una proposta: mettiamo fuori legge queste società, un ente pubblico non può possedere quote di una società privata. Se un servizio pubblico deve essere gestito dai privati, che siano privati al 100%; si sottoscrive un contratto di servizio che preveda precise garanzie di efficacia ed efficienza, controllo dei livelli di servizio e dei prezzi, e possibilità di recesso dell’amministrazione pubblica in caso di inadempienza.
Questo sarebbe un modo efficiente e trasparente di trattare gli interessi pubblici, e avrebbe l’indubbio pregio di richiamare ciascuno alla responsabilità del proprio ruolo; peccato che in Italia siano sempre meno quelli che hanno voglia di confrontarsi con le proprie responsabilità.

Cambiamo argomento, anzi no.
Domenica prossima la trasmissione di Rai3 Report (grande Milena Gabanelli!) affronterà il tema delle nuove province, e la domanda con cui si è chiusa l’anticipazione è stata “a cosa servono queste province?“. Elementare cara Milena: a creare nuove poltrone. Amen.

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