Tutto succede perché me ne frego

Dobbiamo guardare ed esaminare insieme: che cosa? Noi stessi. Per abituarci a vedere in noi la parte di responsabilità che abbiamo dei nostri mali. Per riconoscere quanto da parte nostra si è fatto, per giungere ove siamo giunti. Ecco per esempio, quanti di noi sperano nella fine di questi casi tremendi, per iniziare una laboriosa e quieta vita? […] Benissimo, è un sentimento generale, diffuso e soddisfacente. Ma, credo, lavorare non basterà; e nel desiderio invincibile di “quiete”, anche se laboriosa, è il segno dell’errore. Perché in questo bisogno di quiete è il tentativo di allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione politica. È il tremendo, il più terribile risultato di un’opera di diseducazione ventennale, di diseducazione o di educazione negativa, che martellando per venti anni da ogni lato è riuscita ad inchiodare in molti di noi dei pregiudizi. Fondamentale quello della “sporcizia” della politica, che mi sembra sia stato ispirato per due vie. Tutti i giorni ci hanno detto che la politica è un lavoro di specialisti […] Teoria e pratica concorsero a distoglierci e ad allontanarci da ogni attività politica. […] Lasciate fare a chi può e deve; voi lavorate e credete, questo dicevano: e quello che facevano lo vediamo ora, che nella vita politica ci siamo stati scaraventati dagli eventi. […]
Credetemi, la cosa pubblica è noi stessi: ciò che ci lega ad essa non è un luogo comune, una parola grossa e vuota. […] Al di là di ogni retorica, constatiamo come la cosa pubblica sia noi stessi, che ogni sua sciagura è sciagura nostra… per questo dobbiamo prepararci. Può anche bastare, sapete, che con calma cominciamo a guardare in noi, e ad esprimere desideri. Come vorremmo vivere domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere. Ricordatevi siete uomini, avete il dovere se il vostro istinto non vi spinge ad esercitare il diritto, di badare ai vostri interessi. Avete mai pensato che nei prossimi mesi si deciderà il destino del nostro Paese, di noi stessi: quale peso decisivo avrà la nostra volontà se sapremo farla valere; che nostra sarà la responsabilità, se andremo incontro ad un pericolo negativo? […]
Oggi bisogna combattere contro l’oppressore. Questo è il primo dovere per noi tutti: ma è bene prepararsi a risolvere quei problemi in modo duraturo, e che eviti il risorgere di essi ed il ripetersi di tutto quanto si è abbattuto su di noi.

E’ davvero curioso notare come questa lettera, scritta da Giacomo Ulivi nel 1944, all’età di 19 anni, poco prima di essere fucilato dai tedeschi, sia oggi così attuale. Una lettera scritta 65 anni fa, in un momento tra i più drammatici della storia italiana, da un ragazzo che sapeva di rischiare la vita ogni momento, sembra scritta oggi. E’ una cosa che dà i brividi.
Non voglio però soffermarmi sull’analisi della situazione attuale e sui paralleli che è, purtroppo, possibile fare con quella già vissuta dai nostri genitori. Il messaggio fondamentale di questa lettera credo sia racchiuso in queste poche parole: “tutto è successo perché non ne abbiamo più voluto sapere”.
Stavamo bene, perché preoccuparsi di cosa sarebbe successo dopo qualche anno?
C’era la corruzione, ma tanto cosa potevamo fare noi?
Avevamo da mangiare, perché rinunciare a qualcosa e metterlo da parte per il domani?
La società era ingiusta, ma se non sono io a rimetterci cosa mi importa?
Eravamo felici, perché intristirci con quelli che felici non erano?
La politica era sporca, perché sporcarci anche noi?
Detto in maniera più cruda: ce ne siamo fregati. Abbiamo pensato al nostro orticello, ad arrivare alla fine della giornata, e ci siamo accontentati; stando sempre bene attenti a non farci invischiare in cose più impegnative, lasciando che fosse sempre qualcun altro ad occuparsi di tutto il resto. E qualcun altro se ne è occupato; solo che lo ha fatto nel suo interesse. Ha fatto la stessa cosa che abbiamo fatto noi, solo che l’ha fatto più in grande.
E oggi ci lamentiamo dei politici corrotti, dei partiti ridotti a comitati d’affari, delle istituzioni schiave di interessi privati ed inconfessabili. Ma cosa abbiamo fatto noi per impedire tutto questo? Cosa ho fatto io perché tutto questo non succedesse?

Tante, troppe persone hanno paura anche solo della parola “politica”; ma la politica non è sporca, è sporca se lasciamo che ad occuparsene siano solo i peggiori. Se noi, che siamo belli, buoni e puliti, ci rifiutiamo di rimboccarci le maniche per mettere le mani in quel merdaio che oggi è diventato la politica, non ci possiamo poi lamentare se ad occuparsene saranno sempre i soliti mestatori di merda. E ululare alla luna, che quasi sempre è l’unica azione politica che siamo capaci di fare, non serve a nulla.
Quando ci arriva addosso qualcosa, che sia uno schizzo di merda o uno tsunami capace di travolgerci, pensiamo sempre che se qualcosa di negativo succede, è perché ce ne siamo fregati. Se anche noi non ci occupiamo della politica, comunque la politica si occuperà di noi.


Ringrazio Gennaro Carotenuto che mi ha fatto scoprire Giacomo e la sua lettera.

3 thoughts on “Tutto succede perché me ne frego

  1. Machiavelli teorizza un tipo particolare di ciclicità: quello che va dalla rovina alla grandezza, all’ozio, alla debolezza, per poi tornare di nuovo alla rovina; quello che va dall’ordine al disordine per poi tornare all’ordine, dal bene al male e dal male al bene: “non essendo dalla natura conceduto alle mondane cose di fermarsi”.

    N. Machiavelli, Istorie fiorentine, V, cap. I
    “Sogliono le provincie il piú delle volte, nel variare che le fanno, dall’ordine venire al disordine e di nuovo dipoi dal disordine all’ordine trapassare; perché non essendo dalla natura conceduto alle mondane cose il fermarsi, come le arrivano alla loro ultima perfezione, non avendo piú da salire, conviene che scendino; e similmente, scese che le sono e per li disordini ad ultima bassezza pervenute, di necessità non potendo piú scendere conviene che salghino; e cosí sempre da il bene si scende al male, e da il male si sale al bene. Perché la virtú partorisce quiete, la quiete ozio, l’ozio disordine, il disordine rovina, e similmente dalla rovina nasce l’ordine, dall’ordine virtú, da questa gloria e buona fortuna. Onde si è dai prudenti osservato come le lettere vengono drieto alle armi, e che nelle provincie e nelle città prima i capitani che i filosofi nascono. Perché avendo le buone e ordinate armi partorito vittorie e le vittorie quiete, non si può la fortezza degli armati animi con piú onesto ozio che con quello delle lettere corrompere, né può l’ozio con il maggiore e piú pericoloso inganno che con questo nelle città bene istituite entrare. Il che fu da Catone, quando in Roma Diogene e Carneade filosofi mandati da Atene oratori al Senato vennono, ottimamente cognosciuto; il quale veggendo come la gioventú romana cominciava con ammirazione a seguitarli, e cognoscendo il male che da quello onesto ozio alla sua patria ne poteva risultare, provide che niuno filosofo potesse essere in Roma ricevuto. Vengono pertanto le provincie per questi mezzi alla rovina; dove pervenute, e gli uomini per le battiture diventati savi, ritornono, come è detto, all’ordine, se già da una forza estraordinaria non rimangono suffocati. Queste cagioni feciono, prima mediante gli antichi Toscani, dipoi i Romani, ora felice, ora misera la Italia. E avvenga che dipoi sopra le romane rovine non si sia edificato cosa che l’abbia in modo da quelle ricomperata, che sotto uno virtuoso principato abbia potuto gloriosamente operare, nondimeno surse tanta virtú in alcuna delle nuove città e de’ nuovi imperi i quali tra le romane rovine nacquono, che, sebbene uno non dominasse gli altri, erano nondimeno in modo insieme concordi e ordinati che da’ barbari la liberorono e difesono.”
    (Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1964, vol. X, pag. 100)

    Ecco, noi siamo ora nella fase …
    “Onde si è dai prudenti osservato come le lettere vengono drieto alle armi, e che nelle provincie e nelle città prima i capitani che i filosofi nascono”

    mala tempora currunt

    • Prendiamolo allora come un auspicio che poi la situazione migliorerà. Certo è che non migliorerà da sola, bisognerà lavorare molto. Tutti insieme.

      • Viviamo in una società virtuale, mediatica ed iperreale. I mezzi di informazione ci presentano, o tentano di presentarci, ogni giorno una manipolazione, se non una “simulazione”, della realtà, una virtualità sconnessa da ciò che è reale.
        Ma la maggior parte di noi moderni occidentali preferisce questa “simulazione” alla “realtà effettiva”. E’ più facile, è più comodo. Pensare induce la ragione a porre delle domande e le domande, in particolare quelle scomode, necessitano di risposte che il pensiero preconfezionato ti porge già su di un piato d’argento, senza la fatica del ragionamento. L’invincibile quiete dell’ozio.
        C’è un impegno continuo a non destar il pensiero dormiente, a (di)mostrare la “cronaca” reale attraverso la “finzione”; provare le verità attraverso gli scandali; provare la legge attraverso la trasgressione; provare il lavoro attraverso lo sciopero; provare il sistema attraverso la crisi; …
        Questa iperrealtà ci viene spacciata come realtà, anche se ovviamente è filtrata attraverso gli interessi di chi, di volta in volta e di caso in caso, ci mostra questo o quel materiale.
        Uno degli aspetti più evidenti dell’iperrealtà sono i giganteschi centri commerciali, nei quali andare a fare compere diventa un evento in sè e non è più direttamente correlato all’acquisizione di cose che realmente ci servono. Si fa shopping solo per aver qualcosa da fare. Si comprano cose di cui non si ha realmente bisogno, che in certo senso loro stesse ci hanno trovato attraverso l’esperienza dello shopping, la pubblicità e il marketing.
        Dicendoci cosa è di moda e cosa no, cosa è nuovo e cosa obsoleto, cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa pensare e cosa dire, i governi, le aziende, i media, ci impongono cosa fare e cosa essere.
        Questa è ovviamente una simulazione della libertà di scelta: possiamo scegliere qualunque cosa dal menù, ma non possiamo creare noi il menù.
        Qui si discute di un nuovo tipo di nichilismo, non così semplice come il classico “Dio è morto”, ma di un nichilismo moderno, basato sull’inerente “sparizione” delle cose, dei fatti, delle persone, delle loro idee. Un pericolosissimo neo-totalitarismo.
        Perciò non solo il significato ma anche l’apparenza delle cose è messa in discussione. Il risultato è la generale e completa indifferenza presente tra le masse, anche tra chi si proclama “religioso”.
        Questo è il risultato della simulazione: la TV distrugge il significato delle cose, ad esempio, rovescia e simula la realtà. Osservate la costante popolarità dei “reality show”: non siamo più noi a vedere la TV, è lei che vede noi.
        Molti di noi si sentono così come le comparse, le vallette, le pupe ed i secchioni, i tronisti e le corteggiatrici, gli amici-nemici, tutti con il proprio x-factor, tutti accomunati dall’unico desiderio apparire per almeno cinque minuti sulla spiaggia di questa grande isola dei famosi. La maggioranza delle persone è così perfettamente soddisfatta di esistere in questo sistema politico, economico e mass-mediologo che non ha significato al di là del proprio fine.
        La politica, in particolare, usa la gente per qualunque fine si prefigga; interessi esterni influenzano e controllano il governo che è al momento al potere; le corporazioni e i governi invadono la nostra vita privata, ci controllano e manipolano i nostri consumi, come schiavi nati in catene, in una prigione che non ha sbarre, che non ha mura, che non ha odore, una prigione per la nostra mente.

        Morpheus: Immagino che in questo momento ti sentirai un po’ come Alice che ruzzola nella tana del Bianconiglio.
        Neo: L’esempio calza.
        Morpheus: Lo leggo nei tuoi occhi: hai lo sguardo di un uomo che accetta quello che vede solo perché aspetta di risvegliarsi. E curiosamente non sei lontano dalla verità. Tu credi nel destino, Neo?
        Neo: No.
        Morpheus: Perché no?
        Neo: Perché non piace l’idea di non poter gestire la mia vita.
        Morpheus: Capisco perfettamente ciò che intendi. Adesso ti dico perché sei qui. Sei qui perché intuisci qualcosa che non riesci a spiegarti. Senti solo che c’è. È tutta la vita che hai la sensazione che ci sia qualcosa che non quadra nel mondo. Non sai bene di che si tratta, ma l’avverti. È un chiodo fisso nel cervello, da diventarci matto. È questa sensazione che ti ha portato da me. Tu sai di cosa sto parlando…
        Neo: Di Matrix.
        Morpheus: Ti interessa sapere di che si tratta, che cos’è? Matrix è ovunque, è intorno a noi, anche adesso nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra o quando accendi il televisore. L’avverti quando vai al lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo dinanzi agli occhi, per nasconderti la verità.
        Neo: Quale verità?
        Morpheus: Che tu sei uno schiavo. Come tutti gli altri sei nato in catene, sei nato in una prigione che non ha sbarre, che non ha mura, che non ha odore, una prigione per la tua mente. Nessuno di noi è in grado purtroppo di descrivere Matrix agli altri. Dovrai scoprire con i tuoi occhi che cos’è. È la tua ultima occasione: se rinunci, non ne avrai altre. Pillola azzurra: fine della storia. Domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa: resti nel paese delle meraviglie e vedrai quanto è profonda la tana del Bianconiglio. Ti sto offrendo solo la verità, ricordalo. Niente di più.
        (….)