Togliere il pane di bocca ai propri figli

Sono in difficoltà economiche, lo stipendio non mi permette di arrivare a fine mese; ho il conto aperto (e scoperto) al ristorante dove vado a cenare regolarmente il sabato sera con mia moglie; ho dovuto prendere un prestito in banca per pagare al sarto gli ultimi vestiti; sto ancora pagando le rate della vacanza dell’anno scorso alle Maldive; pago la bolletta della luce con la carta di credito così mi va in addebito il mese successivo; nel palazzo nessuno mi rivolge più la parola perché non pago le spese condominiali.
Come? Secondo voi io conduco una vita al di sopra delle mie possibilità? E cosa dovrei fare, andare in giro come un pezzente? Ho una dignità. Io.
Certo, la mia dignità è a rischio. Se la settimana prossima non pago la rata (per la verità è quella di tre mesi fa) dell’auto, me la portano via; poi però se ne accorgono tutti e allora sai che risate che si fanno quelle iene… Pezzenti… Magari penserete che non dovevo prendermi il Cayenne, che andava bene anche un’auto più piccola. Ma vi pare che uno come me può andare in giro con un’utilitaria? Magari una Fiat? Mi fate veramente ridere… Pezzenti…
La banca non mi fa più credito. Devo trovare una soluzione, e alla svelta.
Ce l’ho! Che ideona, sono un genio. Mio figlio l’estate scorsa ha lavorato e si è messo da parte qualche soldo. Ha detto che ci si vuole pagare la vacanza studio in Inghilterra. Vuole essere indipendente. Lui.
Sai cosa faccio? Glieli chiedo in prestito… No, meglio di no. Li prendo direttamente, tanto so dove li tiene. Poi glieli restituisco… forse. Ma poi cosa deve andare a fare in Inghilterra? Se protesta gli sgancio cento euro e se li va a bere con gli amici, basta che non rompa.

Un bel quadretto, non c’è che dire. Vorrei dire che si tratta di una situazione di pura fantasia, ma temo che sia fin troppo vicina a tante situazioni reali. Certo, quando si vivono momenti critici, in una famiglia degna di questo nome, i sacrifici si fanno tutti insieme; ognuno mette a disposizione quello che può e tutti tirano la cinghia evitando qualsiasi spreco. Di comune accordo.
In una famiglia degna di questo nome.

Il 24 gennaio è entrato in vigore il decreto legge n. 1/2012, detto “decreto liberalizzazioni”. Ora dovrà essere convertito in legge dal Parlamento, ma nessuno si fa illusioni sull’esito e sui tempi di questa operazione: come i precedenti decreti sarà approvato velocemente a colpi di fiducia. Qualche contentino qua e là e un altro pezzo del “piano di rinascita Monti” andrà al suo posto.
Tra le pieghe di questo decreto c’è una cosetta che lascia un po’ attoniti.
Il comma 8 dell’articolo 35 comincia così: “Ai fini della tutela dell’unità economica della Repubblica…”. Confesso la mia ignoranza, ma non sapevo che esistesse un’unità economica da tutelare. Forse un giorno qualcuno mi spiegherà cosa significa. Intanto scopriamo in che modo viene tutelata. Si parla delle tesorerie degli enti pubblici e si stabilisce di ritornare alla normativa del 1984; una normativa della quale ci si era liberati per dare autonomia agli enti e permettere a ciascun amministratore di gestire ciò che gli veniva affidato. In termini familiari è quello che si chiama “fiducia e responsabilità”, un modo, forse l’unico, per far crescere dei figli capaci di badare a sé stessi.
Contrordine compagni, si torna indietro. Basta con l’autonomia. Da oggi le somme depositate presso le tesorerie di tutti gli enti pubblici vengono trasferite alla banca d’Italia. Per essere precisi metà dal 29 febbraio e l’altra metà dal 16 aprile.
L’autonomia? Finita. La gestione delle proprie risorse? Scomparsa. La responsabilità? Sparita. La fiducia? Quella probabilmente non c’è mai stata.
Il tutto avviene “d’ufficio”, senza neanche che il sindaco, o chi per lui, debba mettere una firma. Non sia mai gli dovesse venire un crampo alla mano. E’ direttamente il tesoriere (che di norma non è neanche un dipendente dell’ente, ma della banca che svolge il servizio) l’incaricato dell’operazione. I conti di comuni, province, regioni, università, eccetera, si svuoteranno completamente. Per completare l’opera, viene poi imposta la smobilizzazione, entro il 30 giugno, di eventuali investimenti finanziari che l’ente dovesse aver fatto, con conseguente versamento delle somme recuperate presso gli stessi conti aperti alla banca d’Italia. Poco importa se la smobilizzazione di un investimento solitamente comporta perdite e sanzioni.

Questo significa che gli enti locali resteranno senza un soldo? Assolutamente no. Significa che i loro soldi staranno da un’altra parte, che continueranno ad utilizzarli per pagare il necessario, ma che non ne avranno più la gestione. Significa che un ente pubblico bene amministrato, capace di mantenere un certo livello di liquidità, oggi tratta con la banca che svolge il servizio di tesoreria e spunta un tasso di interesse decente; un modo (ma ce ne sono anche altri) per rimpinguare il bilancio senza aumentare le tasse. Da ora in poi questo non si può più fare perché con la banca d’Italia non c’è niente da trattare: le condizioni sono quelle che decide il ministero dell’economia. Ministero che sarà libero di gestire una notevole quantità di denaro, 8600 milioni di euro secondo le stime del decreto stesso.

Che dire? In tante situazioni gli amministratori locali hanno combinato autentici disastri nella gestione delle risorse finanziarie, ma è anche vero che tanti hanno dimostrato di saper amministrare bene. Ci si aspetterebbe che, soprattutto in un momento di difficoltà, chi ha fatto bene venga premiato e chi ha fatto male venga punito. Invece no, tutti vengono trattati allo stesso modo, così il livellamento finisce per punire proprio i più virtuosi.

Con genitori così… meglio nascere orfani.

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