Terza guerra mondiale: i nodi vengono al pettine

Ci provo. Voglio tentare di fare un po’ d’ordine, che in mezzo a questo casino non ci si capisce più niente. E sì che l’Italia ne ha passati di momenti duri, ma ho l’impressione che il senso di smarrimento e la paura del futuro non siano mai stati tanto forti.
Dunque, come ogni azienda grande o piccola che sia, ma anche come tante famiglie, ogni anno lo Stato fa il bilancio preventivo: stabilisce quello che andrà ad incassare l’anno successivo e decide come utilizzare quei soldi. Il tutto si traduce nella legge di bilancio, la cosiddetta “finanziaria”. Quella di quest’anno era la legge 220 del 13/12/2010.
Poi a luglio, quindi dopo soli sette mesi, si è resa necessaria una manovra correttiva di circa 30 miliardi di euro che poi, nel corso di un paio di settimane, sono progressivamente cresciuti fino a diventare quasi 70. Questo significa una cosa piuttosto semplice: a dicembre avevano sbagliato tutti i conti. Ma c’è la crisi. Certo, ma la crisi c’è da tre anni, quindi dov’è la novità? C’è un debito enorme che pesa. Ma va? Quello invece è lì da molto più di tre anni. La verità (ad essere buoni e non voler fare dietrologia) è che non hanno capito un tubo e hanno toppato alla grande. E, a giudicare da come l’importo della manovra di luglio è variato in pochi giorni, hanno continuato a non capire niente dei propri conti. E’ rassicurante… Poi arriva agosto (stavolta è bastato un solo mese) e c’è bisogno di una terza manovra per aggiustare i conti. Sempre per essere molto buoni, siamo di fronte all’incompetenza più assoluta. E mi risparmio ogni commento sul balletto delle singole misure che vengono inserite, poi tolte, poi reinserite; una roba che gli autori di Zelig neanche se la sognano.

Questo quadro è già sufficiente per dire, senza tema di smentita, che abbiamo un governo di patetici incapaci; affermazione che tuttavia non rende giustizia alla realtà.
Dall’opposizione (chiedo scusa, ma si usa ancora chiamarla così) piovono accuse del tutto analoghe a quello che ho appena scritto, però la manovra di luglio è stata approvata in due giorni, con l’opposizione silente, stretta intorno al senso di responsabilità (copyright by Giorgio). Poi, per giustificare la loro esistenza, fanno anche le loro contro-proposte, che si suppone vadano in un’altra direzione; peccato però che nelle parti più sostanziose (come le privatizzazioni) ricalchino perfettamente quelle del governo.
L’altro ieri Casini, intervistato sull’approvazione della prossima manovra, è stato più esilarante di Giacobazzi dicendo che “il nostro senso di responsabilità ci impone di pensare al bene del paese e quindi di far approvare la manovra”. Cacchio! Quindi? “Quindi voteremo contro”. Limpido, lineare, coerente. Ma perché hanno chiuso i manicomi?

Avendo esaurito i termini utilizzabili a proposito di questa marmaglia, passiamo ad analizzare la situazione, per capire il perché di tanto movimento.
C’è la crisi. Certo, lo sappiamo. Ma nessuno ci ha spiegato i motivi che l’hanno innescata; si è parlato di mutui sub-prime, di derivati, di debiti eccessivi e tante altre cose, ma nessuno ha presentato una sintesi concreta della situazione. Poi l’Italia è in crisi da sempre, e questo non ci ha mai impedito di andare avanti. Abbiamo un debito che è il 120% del PIL. Sai che novità! Il nostro debito è fuori controllo ormai da 30 anni, da quando Craxi decise di rovinare le generazioni future. Bisogna pareggiare il bilancio. Ma se il debito cresce progressivamente vuol dire che, mediamente, il bilancio è da parecchio che non pareggia, quindi niente di nuovo. Il governo è instabile e questo toglie fiducia ai mercati. Questa poi è una barzelletta: ho l’età per ricordarmi i governi “balneari”. Vogliamo sostenere che quelli fossero più stabili di quelli di oggi?

Cosa c’è oggi di così diverso dal passato da giustificare questa rincorsa ossessiva a far quadrare i conti? Niente, in Italia assolutamente niente. Il problema esiste, ma è molto più ampio, e l’Italia può fare tutte le manovre che vuole, ma oltre a non risolvere il problema, non riuscirà nemmeno a migliorare la sua situazione locale.
Il problema è che siamo ad un passaggio epocale, siamo al crollo del sistema capitalistico sul quale si sono fondate le economie di tutto il mondo occidentale (altra definizione impropria) e non solo. Il capitalismo non regge perché si basa su un concetto che non esiste in natura: la crescita continua. Devono crescere la produzione, i consumi, le disuguaglianze, lo sfruttamento delle persone, il saccheggio delle risorse naturali, i debiti; finché tutto cresce il sistema rimane in equilibrio, ma appena rallenta ne emergono i problemi. E’ un po’ come andare in bicicletta; finché cammina sta in equilibrio da sola, ma se la fermi devi appoggiarla da qualche parte altrimenti cade.
L’unico paese in cui il capitalismo ancora funziona è la Cina, e questo dovrebbe farci riflettere.

Fino ad oggi la crescita, che ci accompagna dal dopo guerra, ha prodotto benessere e sviluppo, ma anche disuguaglianze, sovrapproduzione e indebitamento, fattori che ora possono distruggere il sistema stesso che le ha create. E la crescita non può durare all’infinito, è contro natura.
La cosiddetta grande finanza, quella che muove davvero i soldi, se ne è accorta e spara la ultime cartucce: tenta in ogni modo di arraffare tutto quello che può prima del collasso totale.
E i politici? I politici, come diceva Ezra Pound, sono i camerieri dei banchieri, per cui cercano di rimandare il momento del collasso, per dare più tempo ai loro padroni di sistemare le cose, tentando nel frattempo di garantirsi un angolo tranquillo per il futuro.
In questo scenario, che non a caso ho definito “terza guerra mondiale”, ci raccontano un sacco di storielle sulla necessità di sistemare i nostri conti. In realtà, se anche riuscissimo ad avere un bilancio perfetto e a diminuire di qualche punto il nostro debito, non servirebbe a niente. Quello che nessuno ci dice è che i mercati (termine oscuro dietro cui si cela una banda di delinquenti che Hitler al confronto era una mammoletta) se ne fregano dei nostri conti, del nostro debito e della stabilità del nostro governo: a loro interessa guadagnare e alla svelta.

Come se ne esce?
Il bombardamento mediatico presenta come unica ed irrinunciabile possibilità la sottomissione acritica al diktat europeo fatto di tagli e privatizzazioni. Alternative? Nessuna. Io non sono un esperto, ma mi basta il tono ricattatorio con cui questa strada viene imposta per capire che si tratta di un imbroglio.
Penso che un governo degno di questo nome, ben prima di applicare qualsiasi soluzione tecnica, debba necessariamente fare due scelte di carattere politico.
La prima è prendere il toro per le corna, e ristabilire il predominio della politica sull’economia. La politica deve regolare l’economia e non viceversa. La borsa mette in difficoltà lo stato? Si mandano i carabinieri e si chiude la borsa. Lo stato deve mostrare i muscoli, far capire che è lui che regola i rapporti e che nessuno gli si può sostituire.
Certo, per fare questo ci vorrebbe un governo, e prima ancora ci vorrebbe uno stato…

L’altra scelta fondamentale è riappropriarsi della sovranità monetaria: uno stato che non gestisce la sua moneta è inevitabilmente sotto ricatto e costretto a subire decisioni altrui.
Poi possiamo parlare di onorabilità del debito piuttosto che di default, di reddito di cittadinanza, di tasse e di qualsiasi altra cosa, ma se prima non vengono ristabiliti questi due principi sarà tutto inutile: resteremo una bandiera in balìa della tempesta.

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