Terrore a Barcellona. Ovvero: il dito e la luna.

Qualche giorno fa abbiamo assistito all’ennesima serie di attentati, di cui il più grave a Barcellona con 14 morti e numerosi feriti. Non mi interessa fare un’analisi dei fatti, che comunque non consoceremo mai completamente; voglio invece dire due o tre cose banali che, mi pare, fatichino un po’ ad essere colte.

Prima considerazione banale: quando si compie un’azione, soprattutto se l’azione ha implicazioni e conseguenze rilevanti, lo si fa per un motivo ben preciso. E quello che è successo a Barcellona non è un caso isolato ma solo l’ennesimo episodio di una serie che non accenna a terminare. Quindi mi chiedo: perché? Qual è il movente? Chi ci guadagna?

Di sicuro non ci guadagna il terrorista di turno che, immancabilmente, finisce ammazzato. Sì d’accordo, c’è il paradiso con le vergini e tutte le altre menate, ma quando li vedo attrezzati con cinture esplosive finte, è chiaro che si tratta di poveri disgraziati manipolati a dovere. Chi li manipola? Questa è semplice: quello che ci guadagna. Il che ci riporta al punto di partenza.

Ci guadagna l’ISIS (o qualunque altra sigla similare)? Non direi proprio. Le loro rivendicazioni appaiono sempre più ridicole; tra un po’ rivendicheranno anche gli attacchi di diarrea pur di farsi notare. Il loro problema è che stanno scomparendo: dopo essere stati organizzati, armati e finanziati per abbattere il regime siriano (per conto degli USA), sono ora alla frutta sotto i colpi dei russi e dei loro alleati; e tutto questo sangue sparso sulle strade europee non li aiuta di certo.

Lo stesso discorso vale (al contrario e in modo più rilevante) per il mondo islamico nel suo complesso. Stendere poveracci sull’asfalto non è proprio un’idea geniale se si vuole essere accettati e ben voluti. Né ha senso pensare che ci stiano facendo la guerra: sterminarci venti alla volta non appare una grande strategia. Questioni talmente banali che nessuno sottolinea mai.

Gli immigrati, e i musulmani in particolare, quindi non rappresentano un problema? Tutt’altro. Se è ovvio che non tutti i musulmani sono terroristi, è certo che tutti i terroristi sono musulmani. Quindi un problema esiste e negarlo è da dementi irresponsabili; certo va delineato in modo corretto perché generalizzare è sempre sbagliato, e la soluzionie non può quindi essere “accogliamo tutti” ma nemmeno “chiudiamo le frontiere“. Questo però apre una questione molto più ampia e magari ci tornerò in un’altra occasione.

Siamo però ancora orfani di un mandante. Forse perché con tanta gente che indica la luna, l’abbiamo persa di vista dietro alle dita puntate in ogni direzione possibile. O forse perché la luna è molto più vicina di quanto si pensi e, come spesso capita, quando una cosa è troppo vicina non si riesce a notarla.

Un altro concetto banale è che quando si è in pericolo ci si stringe a chi può dare sicurezza. Dalla notte dei tempi i bambini vengono educati a suon di lupi cattivi, uomini neri, pratiche che rendono ciechi e via così, con il terrore usato come metodo di controllo del pargolo (è sorprendente che qualcuno arrivi all’età adulta ancora sano di mente). I nostri genitori ci odiano? No, anzi; ci vogliono bene e fanno quello che pensano (a volte sbagliando, ma nessuno è perfetto) sia meglio per noi.

E chi è che ci sta offrendo sicurezza di fronte a queste stragi? Le istituzioni pubbliche, lo Stato. Cioè… non proprio. A sentire il coro dei politici (italiani e non) la sicurezza arriverebbe dallo stato che non c’è: l’Europa. Uno stato che per nascere deve distruggere quelli esistenti. Il che ci porta inevitabilmete a un’altra osservazione banale: ma invece di inseguire una roba che non si sa ancora se e quando potrà funzionare, facciamo funzionare quelle che già esistono. Perché le forze di polizia esistono e collaborano con quelle degli altri stati; perché anche i servizi segreti esistono e collaborano tra di loro. Devono collaborare di più? Bene, che lo facciano. Dovrebbe essere anche questo il compito della politica.

Invece quello che si sente è un coro di “dobbiamo cedere il controllo delle polizie nazionali a una polizia europea“. Idem per i servizi segreti, per l’esercito e chi più ne ha più ne metta. Ma se tutti questi corpi già collaborano oggi, cosa cambierebbe realmente nel metterli sotto un unico comando? Che i governi, e quindi i cittadini, dei singoli stati non ne avrebbero più il controllo e si troverebbero quindi alla mercé di chi dirige queste strutture lontano dai loro occhi. Ma siamo tutti europei, una grande famiglia! Sì, come no? Una famiglia in cui ognuno fa il cazzo che gli pare e non esita un momento a fregare il vicino. Gli esempi non mancano.

Ma non basta. Ogni volta che avviene un attentato c’è sempre pronto anche il coro del “ci vogliono più controlli“, con un’attenzione particolare ad Internet (come se i furgoni assassini viaggiassero sulla fibra ottica). E il tutto si traduce sistematicamente in norme che consentono di censurare chiunque non sia allineato con la narrativa ufficiale. Norme che, per ora, solo in qualche caso si sono poi concretizzate, ma che ogni volta fanno un passo avanti e intanto aumentano il loro consenso.

Sintesi banale. Gli unici che guadagnano da questa serie di attentati sono quei poteri che puntano a svuotare gli Stati europei e concentrarne gli apparati (di sicurezza in questo caso) per poterli gestire e controllare più facilmente; al tempo stesso si costruisce, a livello tecnico e legislativo, un sistema che consente un controllo pervasivo sui cittadini. Realizzare tutto questo non è particolarmente difficile (l’espressione “strategia della tensione” ci dovrebbe ricordare qualcosa) se si è privi di scrupoli e  si hanno a disposizione le risorse necessarie, inclusi migliaia di disperati facilmente manipolabili e pronti a tutto.

Il nemico è alla nostra testa.

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