Euro: storia di un fallimento

Tra persone di buon senso si dovrebbe guardare ai fatti e riconoscere cosa è andato bene e cosa è andato male rispetto alle intenzioni e agli obiettivi. E questo si può fare, almeno fino ad un certo livello, anche senza essere degli specialisti del settore.

Penso quindi di non dire un’eresia se sostengo che tutto il progetto di integrazione europea è fortemente concentrato sull’ambito finanziario. Certo, si è lavorato anche sul piano culturale, sulle questioni ambientali, sull’agricoltura (dove è comunque predominante l’aspetto delle sovvenzioni) e su altro ancora, a volte bene a volte male. Ma è certo che, almeno da Maastricht in poi, l’attenzione si è focalizzata sul vile denaro e su tutto ciò che lo riguarda. Leggetevi il trattato di Lisbona e ditemi se c’è una parola che si ripete più spesso di “banca”.

In effetti anche prima di Maastricht la finanza ha avuto un ruolo fondamentale: pensiamo allo SME. Lo SME entrò in vigore nel 1979 come sistema per limitare le oscillazioni dei cambi tra le valute europee. La domanda è banale: “ha funzionato?” La risposta è meno banale. Ha funzionato fintanto che i rapporti di cambio restavano nell’ambito dei limiti stabiliti, salvo poi essere riallineati periodicamente. Il buon senso ci dice che se periodicamente dovevano essere riallineati, dovevano cioè essere fissati nuovi parametri di oscillazione, è evidente che quelli precedentemente fissati non erano più sostenibili, e quindi la pretesa stabilità era poco più di una chimera. Quindi no, non ha funzionato.

A questo punto l’italiano autorazzista ci ricorda che noi (o il nostro governo? mah…) avevamo l’immorale vizio di svalutare per poter vendere le nostre merci all’estero. Ammesso e non concesso che sia vero, svalutazione e rivalutazione sono fenomeni di segno opposto ma concettualmente analoghi nel momento in cui vengono applicati ad una parità stabilita. Andando però a vedere i dati storici dei riallineamenti periodici, si scopre che la Germania (quella virtuosa!) nel periodo dello SME ha rivalutato più di quanto l’Italia abbia svalutato. Il punto, ovviamente, è che non c’è nulla di immorale nella svalutazione, ma solo l’esigenza di mantenere in equilibrio il cambio, in modo coerente con i meccanismi del mercato valutario. Quello che infatti dimenticano sempre i liberisti fasulli che difendono l’euro, è che il cambio fisso è la negazione del mercato: in un mercato che funziona, i prezzi oscillano in base a domanda e offerta.

Il tutto è durato fino al 1992 quando un attacco speculativo si è abbattuto su Lira e Sterlina, costringendoci ad abbandonare lo SME. La cosa su cui riflettere qui non è la speculazione in sé (fenomeno più o meno normale) ma il fatto che appena la Lira ha abbandonato lo SME ed è stata libera di oscillare, la speculazione si è fermata. Il motivo è abbastanza semplice: una speculazione così pesante su una moneta libera da vincoli non ha senso, perché le variazioni del cambio assorbono immediatamente le tensioni del mercato; il problema nasce in presenza di vincoli, e infatti per difendere il cambio, prima dell’uscita, si è dato fondo alle riserve di valuta straniera.

Quindi, dopo aver sperimentato in quei tredici anni che i vincoli sul cambio non funzionano, e anzi sono pericolosi, nel 1996 siamo tornati a legarci allo SME. Un meccanismo che però, a quel punto, era la preparazione all’euro e quindi imponeva regole ancora più rigide. Una genialata che non può essere spiegata con la stupidità, non fosse altro perché illustri economisti, e in tempi non sospetti, avevano detto che unioni monetarie come quelle non funzionano.

E qui veniamo all’altro aspetto fondamentale della questione: la democraticità. Tutti i passaggi di questa tragedia derivano da decisioni che, salvo casi sporadici, non sono state sottoposte ai cittadini, ma sono state prese da un ristrettissimo gruppo di persone che si è arrogato il diritto di stabilire cosa è giusto; nulla è stato chiesto, nulla è stato spiegato. Si è fatto, e si continua a fare, di tutto pur di non coinvolgere i cittadini nelle decisioni di cui poi dovranno pagare le conseguenze. Gente come Prodi, Monti e tanti altri ci hanno detto chiaramente che si approfitta dei momenti di crisi per portare avanti questo progetto, altrimenti nessuno sarebbe disposto ad accettarne i costi.

Quindi abbiamo un sistema, basato su una moneta e su una serie di vincoli, deciso e gestito in modo tutt’altro che democratico; un sistema che non funziona e che sappiamo che non può funzionare sia perché ce lo hanno detto gli esperti sia perché lo abbiamo già sperimentato. Vogliamo davvero tenercelo?

Non serve essere economisti per capire perché l’euro è una follia: basta il buon senso.

Per chi invece preferisce valutare la cosa sotto il profilo tecnico, non c’è che l’imbarazzo della scelta

2 thoughts on “Euro: storia di un fallimento

  1. Siamo d’accordo 😉
    Però ti invito ad analizzare meglio il tutto: dall’euro si può uscire in tanti modi, anche pilotati da interessi finanziari che ci continuerebbero a far ristagnare (perlomeno nel breve e medio periodo, poi starebbe a noi).
    E poi una precisazione: la prima ipotesi su una moneta unica è nata nel 1970 col piano Werner, e lo stesso SME è un’evoluzione del serpente monetario del 1972 adottato dopo la fine della convertibilità del dollaro in oro; il mercato comune poi c’era dal 1957, e c’era la CECA già nel 1950: sono 64 anni che l’Europa si coordina a livello economico. Un disastro (ma forse è una visione che ha l’età per andare in pensione! 😀 ). La storia europea mi affascina tanto e non mi stanco mai di leggerne, ma farlo mi avvelena…

    però continuo a non voler votare la Lega 😛

    • Non penso che tutte le iniziative europee di coordinamento dell’economia siano state un fallimento; lo sono state quelle sulla moneta. Infatti anche il serpente monetario del 1972 ebbe vita breve e travagliata.

      PS: Io non voto Lega, voto Borghi. Il voto alla Lega è un danno collaterale che, in questa situazione, ritengo tollerabile.