Se le armi sono legali, è legale anche la guerra?

Fin dall’elezione di questo papa si è parlato con entusiasmo di un nuovo corso in Vaticano, di importanti novità che avrebbero cambiato il volto della chiesa cattolica, di una sorta di rivoluzione che avrebbe dovuto riportare la cristianità vicina ai suoi valori originali. Non sono particolarmente interessato alle questioni che riguardano la fede e, ancor meno, la religione, ma è un fatto innegabile che ciò che avviene nello stato più piccolo del mondo ha delle conseguenze anche al suo esterno, e particolarmente in Italia, per cui un minimo di attenzione è opportuno mantenerla. E devo dire che finora quello che si è visto di Bergoglio può essere valutato positivamente. Certo, è abbastanza stupido aspettarsi una rivoluzione, che da quelle parti certe dinamiche sono sempre piuttosto lente, però i segnali visti finora offrono una prospettiva incoraggiante; la prendo per buona e aspetto di valutarla nel lungo periodo.

Poi è arrivata la crisi siriana. No, non è vero, la crisi siriana è cominciata almeno due anni fa, però negli ultimi mesi è peggiorata. O forse non è neanche peggiorata, che era una carneficina da tempo, ma la stampa ce l’ha presentata come se lo fosse. Quale che sia la verità, negli ultimi mesi si è parlato sempre di più della guerra civile in Siria e della strage che si sta compiendo. E il papa si è fatto sentire. E oltre alle consuete preghiere per la pace si sono sentiti appelli in stile “No alla guerra”, che tu ti chiedi “ma chi è che parla, il papa o miss Italia?”

L’ingenuità di certe espressioni è infatti tale da far dubitare della loro autenticità; invece no, sono proprio parole del papa. Voglio pensare che siano il frutto di un nuovo stile di comunicazione, più adatto ai tempi: uno stile che fonda la sua efficacia sulla brevità, la semplicità e l’immediatezza dei concetti. Uno stile “twitter-like”, una sorta di enciclica da 140 caratteri. Magari sul web funziona. Poi tanto, per gli interessati e per chi non usa Twitter, domenica c’è l’Angelus, e lì non ci sono limiti al numero di caratteri che può utilizzare. Io però l’Angelus non lo sento, per cui posso solo sperare che in quell’occasione dica qualcosa di più significativo.

Poi succede che casualmente (mio figlio voleva vedere a che ora cominciava il gran premio di F1) la TV si sintonizza su RAI1, mentre viene trasmesso il TG1, che proprio in quel momento parla dell’Angelus del papa, di cui manda in onda un frammento. E faccio un salto.

Questo è il testo: “Questo comporta, tra l’altro, questa guerra contro il male comporta dire no all’odio fratricida e alle menzogne di cui si serve; dire no alla violenza in tutte le sue forme; dire no alla proliferazione delle armi e al loro commercio illegale. Ce n’è tanto! Ce n’è tanto! E sempre rimane il dubbio: questa guerra di là, quest’altra di là – perché dappertutto ci sono guerre – è davvero una guerra per problemi o è una guerra commerciale per vendere queste armi nel commercio illegale?” [fonte]

Illegale?

E poi cosa significa “è davvero una guerra per problemi”? Che ci sono problemi che potrebbero giustificare la guerra? E di che tipo dovrebbero essere questi problemi? I “problemi” per cui si scatena una guerra sono, fin dalla notte dei tempi, di ordine economico, non ultimo proprio quello del commercio di armi; che poi di solito questi vengano opportunamente mascherati con altre giustificazioni (anche religiose) non cambia la questione. Quindi l’ipotesi che se ci fossero “davvero” dei problemi la guerra assumerebbe un aspetto diverso mi preoccupa un po’. Tanto più perché questa idea viene da una persona che dovrebbe fare della pace un valore assoluto.

Magari sono io che do un’interpretazione arbitraria del pensiero cattolico, ma non mi pare che nei vangeli ci sia qualcosa di anche solo lontanamente simile.

La cosa che però mi ha colpito di più è quel “illegale” riferito al commercio di armi. Lo so, esiste un commercio illegale di armi, e mi risulta che sia anche piuttosto fiorente. Ma oltre a questo c’è anche un commercio assolutamente legale di armi, altrettanto fiorente. Soprattutto per l’Italia.

L’Italia infatti, paese che “ripudia la guerra” (art. 11 della Costituzione), è da sempre uno dei principali produttori di armi al mondo ed è direttamente interessato al caso siriano dal momento che, fino al 2011, “le forniture militari italiane al regime siriano sono state di gran lunga superiori a tutte quelle degli altri Paesi europei” [fonte]. Poi con lo scoppio delle rivolte popolari le forniture si sono interrotte; per spostarsi in modo massiccio verso i paesi confinanti, facendo evidentemente finta che gli altri paesi della zona non fossero coinvolti nel dramma siriano.

Che i nostri produttori di armi, puntando solo al profitto, possano fregarsene del fatto che con le loro armi vengano ammazzate migliaia di persone, non lo giustifico ma posso capirlo. Che i nostri governanti facciano finta di ignorare il problema, è altrettanto comprensibile, ma è già un po’ più grave. Che il papa si scagli contro la guerra e punti il dito contro il commercio illegale di armi, lasciando però fuori dal discorso il commercio legale, mi sembra un’assurdità inaccettabile.

Certo, la diplomazia… Se non l’avesse affrontata in questo modo i produttori di armi “legali” si sarebbero potuti offendere. E si sarebbe offeso anche il mondo politico, dal momento che tra le principali aziende di questo comparto c’è la Finmeccanica con diverse sue controllate: aziende pubbliche che fanno affari d’oro. E magari la cosa avrebbe avuto un’eco anche fuori dai confini italiani, dal momento che il commercio di armi è a livello mondiale uno dei più grossi affari che si siano mai visti; ed è anche uno dei metodi con cui si riesce meglio ad indebitare un paese, ma questo è un altro discorso e lo riprenderemo.

Per non parlare dei casi in cui lo stesso Vaticano, di solito per il tramite dello IOR, è stato coinvolto in traffici d’armi più o meno legali [fonti: 1, 2, 3, 4, 5]. Oppure della recente nomina, sempre a capo dello IOR, di Ernst von Freyberg, che sarà pure una bravissima persona, ma che produce con la Voss Schiffswerft und Maschinenfabrik di Amburgo di cui è presidente, anche navi da guerra [fonte]. Una scelta decisamente poco diplomatica. O forse sì?

Bergoglio ha scelto la diplomazia, il politically correct, cosa che in alcune circostanze è senz’altro necessaria. In un caso come questo, in cui lo stesso papa si pone come di fronte ad un male assoluto, io la chiamo più banalmente paraculite o, se preferite, ipocrisia.

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