Se guerra deve essere, che almeno sia seria

Il ministro Gentiloni ha detto che siamo pronti a combattere. Non è chiaro di chi stesse parlando; sicuramente non di sé stesso, e questo sarebbe in teoria già sufficiente a bollare una simile uscita come una delle tante cazzate che escono dalla bocca di lor signori. Purtroppo si tratta invece del solito ritornello “armiamoci e partite”, e visti i precedenti la cosa va presa con la dovuta serietà.

Chi mi legge sa già come la penso sulla guerra e sulla smania che i nostri governanti hanno di atteggiarsi a grandi condottieri. Stavolta non è diverso; del resto già nel 2011 abbiamo partecipato alla guerra in Libia per far fuori Gheddafi. Con quali risultati? Beh, lo vediamo oggi: Gheddafi non c’è più, ma quelli che ci sono oggi sono estremamente più pericolosi e più bellicosi. In due parole: fallimento totale. Chi oggi parla di intervento militare in Libia è quindi un pazzo furioso o un criminale; l’unica cosa intelligente e responsabile da fare è restarsene a casa propria e aspettare che i libici si risolvano autonomamente i propri problemi, magari chiedendo aiuto ai propri vicini africani. Ovviamente lo stesso vale per la Siria, l’Ucraina, l’Iraq, l’Afghanistan e ogni altro buco del mondo in cui siamo andati a combinare disastri per sfogare i nostri istinti repressi.

E se ci tirano un missile, come è stato già ventilato? A parte il fatto che in tal caso l’affermazione del ministro risulterebbe una provocazione irresponsabile per la quale andrebbe processato, non credo che lo faranno: i fanatici dell’ISIS sono criminali, questo è certo, ma non mi sembrano affatto stupidi. Sanno perfettamente che se attaccano un paese NATO la loro sorte è segnata. Si limiteranno alle minacce, ed eventualmente ad attentati mirati non qualificabili come azioni di gurerra. Un motivo in più per evitare un coinvolgimento diretto dei nostri militari su suolo libico.

Per una volta però voglio andare incontro ai benpensanti secondo cui “dobbiamo fare qualcosa”, facendo finta che tutte le considerazioni precedenti siano infondate o comunque superate.

Facciamo qualcosa. Il qualcosa però deve avere almeno due caratteristiche: risolvere il problema nell’immediato, e consentire poi una normalizzazione in modo che il problema non si ripresenti (sorvoliamo sul fatto che di questi aspetti, soprattutto del secondo, ai benpensanti moralisti guerrafondai non è mai fregato niente a nessuno, con i risultati che ben conosciamo).

La soluzione del problema immediato consiste (banalmente?) in una guerra che porti alla distruzione dell’ISIS. Parlo di “distruzione” perché, dalle notizie che abbiamo, mi pare evidente che con questa gente non si possano intavolare trattative. Nè appare verosimile un’operazione di interposizione, stile Libano, o che comunque rischi di lasciare le cose a metà, come la prima guerra del golfo. Se resta anche solo un gruppo minoritario di questi banditi in circolazione, tempo qualche mese e ce li ritroviamo più agguerriti di prima. L’opzione militare deve necessariamente puntare all’eliminazione fisica di tutti i miliziani: uno sterminio totale.

Cosa c’è, “sterminio totale” suona male ai nostri moralisti? Certo, suona malissimo, ma se qualcuno dei guerrafondai nostrani ha un’idea di come convincere quella gente a darsi una calmata, non ha che da dirlo; basta che poi ci vada lui a trattare. Chissà, potrebbe ritornare più leggero…

Questa era la parte semplice (si fa per dire); il difficile arriva quando, ammazzato l’ultimo nemico, si deve pianificare il ritorno alla normalità. Durante la guerra, oltre ad ammazzare i cattivi abbiamo anche ammazzato un sacco di altra gente, il cui unico torto è di essere capitati nel posto sbagliato al momento sbagliato. E abbiamo distrutto città e strutture, seminato bombe e miseria. Se vogliamo evitare che da tutto ciò nasca ISIS2, non possiamo limitarci ad una pacca sulla spalla, né a mettere un burattino al potere. Dobbiamo ricostruire tutto a nostre spese, dobbiamo indennizzare quella gente, restituirgli un benessere pari, come minimo, a quello che avevano sotto Gheddafi (che era un dittatore ma aveva fatto crescere la Libia come pochi altri paesi africani).

Con quali risorse? Dove troviamo il denaro per un’operazione simile? Senza l’euro sarebbe parecchio più semplice, ma non voglio aprire qui un altro argomento. La soluzione migliore a quel punto potrebbe essere dichiarare la Libia territorio italiano e dare la cittadinanza italiana a tutti i libici. Noi avremmo a disposizione le risorse petrolifere della zona e loro diventerebbero di colpo italiani ed europei, con annessi diritti civili e democrazia (o almeno quella cosa che noi chiamiamo così). Non sto infatti parlando di una colonia che, come abbiamo già sperimentato, non può funzionare, ma di un nuovo pezzo di Italia, una regione a statuto speciale come il Friuli. Non saremmo il primo stato diviso tra due continenti.

Se tutto questo vi sembra assurdo non avete che da proporre un’alternativa che funzioni. Io resto dell’idea che l’unica cosa seria e responsabile da fare sia rimanere a casa nostra. E, soprattutto, impedire ai nostri ministri di dire cazzate.

2 thoughts on “Se guerra deve essere, che almeno sia seria

  1. Di una chiarezza semplice e disarmante , che visto l’argomento non è male .
    Condivido perfettamente la conclusione : l’unica cosa che può esportare l’occidente è la cultura e , con svariati difetti , la democrazia .
    Una Libia Italiana a Statuto Speciale sarebbe formidabile : tutto da costruire e da fare risolverebbe di colpo problemi energetici e di occupazione , oltre a cambiare completamente le rotte dei clandestini …
    …. si potrebbe anche chiedere la possibilità di avere la Lira Libica garantita dall’Oro di Bankitalia …
    ahhhhhhhhhhhhhhh …. basta sognare!

    ottimo Peppe

    Giovanni