Racconti dalla trincea

“Capitano, dal comando è arrivato l’ordine di avanzare.”

“Avanzare? Ma lo sanno come siamo messi qui? L’artiglieria pesante è ridotta al minimo, abbiamo esaurito le granate, quasi metà dei soldati è ferita e alcuni non possono proprio muoversi. C’è quella mitragliatrice piazzata sulla collina che ci massacra appena mettiamo fuori il naso.”

“Lo so capitano, ma il colonnello è stato perentorio.”

“E certo, mica ci sta lui qui a farsi sparare addosso… E’ tornata la pattuglia dalla perlustrazione?”

“Sì capitano, sono appena arrivati. Hanno avuto… qualche problema.”

“Che mi dici soldato? Com’è la situazione sul lato est?”

“Niente da fare capitano, da quella parte è un suicidio: c’è un campo minato. Per fortuna ce ne siamo accorti in tempo, altrimenti ora non saremmo qui. Poi abbiamo girato verso nord, ma devono averci visto dalla collina e il mitragliere si è divertito un po’: il caporale è stato colpito ad una gamba. Sono riuscito a trascinarlo via giusto in tempo.”

“Merda! Da quella collina controllano tutto con solo due uomini e una mitragliatrice. E ci tengono bloccati qui. Sergente, chiama il comando e passamelo.”

“Colonnello, qui la situazione è drammatica. Siamo bloccati in trincea esposti al fuoco di una mitragliatrice. Come proviamo ad uscire quelli giocano al tiro al piccione.”

“Capitano mi vuole dire che una mitragliatrice tiene sotto scacco un intero reparto? Stiamo scherzando? Avete gli ordini, quindi fregatevene della mitragliatrice e svolgete la missione che vi è stata affidata!”

“Noi ce ne possiamo anche fregare, ma più di cinque metri in campo aperto non li facciamo di sicuro. E’ impossibile portare a termine la missione in queste condizioni. E’ necessario un intervento aereo per distruggere quella postazione.”

“Stronzate capitano! Il problema è che siete dei lavativi e cercate scuse per rimanere al caldo nella vostra trincea. Tutti gli altri reparti stanno regolarmente portando avanti i loro compiti; voi siete gli unici a lamentarvi.”

“Veramente li abbiamo sentiti per radio, e mi risulta che anche gli altri reparti siano in difficoltà analoghe se non superiori.”

“Come osa contraddirmi capitano? L’intera campagna rischia di fallire per colpa sua e si permette anche il lusso dell’insubordinazione. Bell’esempio che dà ai suoi soldati. Se non sa condurre i suoi uomini forse non merita quel ruolo.”

“Ma è stato lei a piazzarci sotto questa mitragliatrice…”

“Basta così! Aspetto il segnale di missione compiuta entro l’alba, o sarà meglio che lei non si ripresenti al comando. Chiudo.”

Beh, noi siamo un po’ più fortunati del capitano e dei suoi uomini: noi a quella mitragliatrice possiamo assestare un colpo molto duro anche senza aspettare l’intervento aereo. Il 25 maggio possiamo dare un voto contro l’euro e contro questa unione europea.

Quando si critica l’euro la risposta più classica è del tipo “ma non è tutta colpa dell’euro” oppure “ma anche togliendo l’euro non si risolvono i problemi“. Il che, approssimando un po’, è anche abbastanza vicino alla realtà (ci sarebbero diverse cose da dire al riguardo ma non è questo il contesto): quello che sta succedendo non è causato interamente dall’euro, e anche togliendolo di mezzo tanti problemi andrebbero comunque affrontati. Il punto è che finché c’è l’euro nessun problema può essere affrontato davvero. L’euro ci tiene bloccati in trincea, e finché siamo bloccati i problemi peggiorano.

La vita di trincea non è bella e non tutti i soldati sono dei simpaticoni; anzi, qualcuno preferirei proprio evitarlo. Ma questi sono e non li ho scelti io. Dopo potremo fare altre scelte, chi resterà insieme, chi andrà per la sua strada, chi preferirà disertare. Dopo… Adesso tutto questo non conta, perché se non ci liberiamo da quella mitragliatrice, non ci sarà alcun “dopo”. Per nessuno.

Si scrive “elezioni del parlamento europeo”; si legge “referendum sull’euro”. Mettiamoci una croce sopra.

3 thoughts on “Racconti dalla trincea

  1. Caro Peppe, tu mi sei simpatico, ma questo si chiama “eludere le domande”. Forse però è semplicemente dettato dal fatto che abbiamo due prospettive troppo diverse.

    Ad ogni modo, c’è da sottolineare un paio di cose:
    – la tua è una rappresentazione eccessivamente semplificata: sembra quasi che uscire dall’euro non sia ugualmente come mettersi sotto altri fuochi nemici (in più senza una direzione, a quanto pare); non parlo di catastrofismo piddino, parlo di concrete realtà imprevedibili (che variano a seconda di come si esce: da soli o in compagnia, con una decisione unilaterale o concordata, con un programma nazionale ed europeo già pronti oppure senza);
    – uscire dall’euro non significa distruggere chi ci sta mitragliando: chi ci mitraglia lo fa adesso e lo farà dopo;
    – a mitragliarci non è una cosa sola, ma si parla anche in generale di Stati interi e diversi: la possibilità migliore è allearsi con chi è nelle nostre stesse condizioni e ha i nostri stessi obiettivi;
    – uscire dall’euro senza avere un’idea di cosa debba essere l’Europa è stupido: la storia europea è una storia di guerre (come sottolinei tu, lo è tutt’ora) e privarsi dell'”identità” economica che abbiamo senza adottarne un’altra offre un fianco piuttosto indifeso a chi (come in passato) può facilmente approfittare delle nostre divisioni per imporre le proprie condizioni e dettare il cammino (l’integrazione europea è un lavoro americano, non c’è da dimenticarlo). Ci ritroveremmo ad analoghi punti morti tra una semplice manciata d’anni; a maggior ragione se – ripeto – gli esecutivi restano questi.

    Non so Peppe, magari dico un sacco di stronzate, ma è quello che penso e lo penso con la mia testa. Se ci fosse davvero un referendum sull’euro il 25, io sinceramente mi asterrei (però firmerei per raggiungere il quorum) – è un controsenso? fino a un certo punto: io so di non capire di economia e non mi prenderei la responsabilità di decidere una cosa del genere, però se c’è qualcuno che si sente così sicuro è giusto che abbia la possibilità – dopo attento esame di coscienza e di possibili effetti, nonchè dopo attenta costruzione di programmi perlomeno a breve termine – di decidere. Ma questo non è un referendum e penso di votare, però credo che alla fine deciderò al seggio.

  2. Sinceramente non ho capito qual è la domanda che eluderei.
    “uscire dall’euro non significa distruggere chi ci sta mitragliando: chi ci mitraglia lo fa adesso e lo farà dopo” Sarà anche vero (e non ne sono convinto) ma uscire dall’euro significa mettersi nelle condizioni di potersi difendere; finché stiamo in gabbia non possiamo fare nulla.
    Scusa ma cosa sarebbe l’identità economica? Non c’è alcuna identità, ci sono solo interessi. Gli interessi di una ristrettissima oligarchia contro quelli dei cittadini.

  3. Pingback: Il giovane Berlusconi e la paura - pleonastico