Pubblica amministrazione e leggende metropolitane

Primo pomeriggio. Sto in ufficio con Luigi, collega più anziano, a controllare che il lavoro proceda senza intoppi. Tutto va avanti senza problemi e non ci sono interventi da fare. Luigi si piazza davanti alla scrivania, apre il giornale e si mette a leggere. Dopo un po’ vedo arrivare il capo e già mi immagino Luigi che mette via il giornale precipitosamente. Niente. Il capo entra nella stanza, e con una certa noncuranza dice:

“Luigi, metti via quel giornale.”

Riprendo fiato. Conoscendo il tipo, non proprio bonario, mi aspettavo un cazziatone da paura. Si vede che oggi è particolarmente rilassato e condiscendente. Lui. Luigi non alza nemmeno gli occhi dal giornale e risponde tranquillo:

“Tu vai a comanna’ a casa tua.”

La faccia del capo passa dalla sorpresa allo sbigottimento alla rabbia feroce, cambiando colore cinque o sei volte. Io preferirei essere inghiottito dal pavimento che trovarmi lì. Il tutto dura un secondo che sembra un’eternità, poi scoppia l’inferno. Il seguito è facile da indovinare, inclusa la vendetta che, com’è usanza, verrà consumata fredda.

Quella appena descritta è una scena (fedelmente riportata, a parte il nome) tipica delle amministrazioni pubbliche; posti in cui prosperano strani individui che passano il tempo a leggere il giornale, quando va bene, e rispetto ai quali si è assolutamente impotenti. Se non fosse per un piccolo particolare: il fattaccio è avvenuto in un’azienda privata.

Partendo da “tutto il mondo è paese” potremmo scodellare tonnellate di detti, proverbi e luoghi comuni da riempire un libro. La questione però è molto semplice, perfino ovvia: prendete un gruppo di persone che hanno qualcosa in comune, per esempio il lavoro, e sugli altri aspetti troverete assolutamente di tutto, una varietà pressoché infinita. La conseguenza, meno ovvia, è che non è possibile etichettare le persone partendo da queste categorie. Affermazioni come queste sono quindi tanto generiche quanto infondate:

i meridionali sono mafiosi

gli albanesi sono ladri

i pubblici dipendenti sono sfaticati

gli ingegneri sono idioti

(in realtà sull’ultima ho qualche dubbio…)

Non esistono pubblici dipendenti sfaticati? Certo che esistono. Ne esistono di sfaticati, di corrotti, di menefreghisti, di prepotenti e di ogni altra aberrante tipologia che vi può venire in mente. Esistono perché esistono nella società, e quindi in ogni gruppo che si possa individuare: se prendiamo i dipendenti privati, li troviamo anche lì, probabilmente in percentuali analoghe. Esistono e, per fortuna, sono una minoranza. Avendo cambiato lavoro un certo numero di volte, ho avuto a che fare con molte persone in molti ambiti diversi, e so che un’ampia maggioranza delle persone è fondamentalmente onesta e vuole solo fare bene il proprio lavoro. Nel pubblico come nel privato.

Il problema è che lavorare bene nel pubblico è sempre più difficile. Chi va in pensione non viene sostituito, se non in minima parte, per cui il carico di lavoro aumenta progressivamente, mentre gli stipendi sono bloccati al 2009. Le normative cambiano continuamente e, come se già non fosse abbastanza complicato stargli dietro modificando le procedure, aumentano ogni volta gli adempimenti richiesti. Vengono imposti, giustamente, organi di controllo interni ed esterni, poi è tutta una pioggia di richieste da parte del ministero, della regione e di altri soggetti che vogliono sapere e controllare quello che fai. Così si moltiplicano i livelli di controllo e si rischia di dedicare più tempo ai controlli che al lavoro vero e proprio. Senza contare che si tagliano continuamente i fondi disponibili ma si pretende che i servizi erogati rimangano gli stessi.

Qualcuno dirà che questi sono gli stessi problemi di qualsiasi azienda privata e, almeno in parte, è vero. Allora che senso ha la contrapposizione tra pubblico e privato? Perché i dipendenti pubblici devono essere trattati come dei delinquenti? Perché è così difficile capire che pubblico e privato sono solo due modi di gestire un’attività e che l’unico rapporto sensato tra i due è la collaborazione?

Io qualche risposta ho provato a darmela, cercando di capire dove nascono i problemi e a chi fa comodo mantenerli. Se la burocrazia è inutilmente complicata, soprattutto per il pubblico, questo non dipende dal singolo funzionario che si trova a gestire il procedimento; lui applica la norma senza poter scegliere. Il problema è la norma. E le norme le fa la politica, spesso a prescindere anche da quello che dicono funzionari e tecnici. Aggiungiamoci poi un aspetto che riguarda espressamente il mondo pubblico: la dirigenza. I dirigenti pubblici sono l’anello di congiunzione tra la politica e l’amministrazione pubblica e, nonostante l’apparenza dei concorsi, sono scelti dagli esponenti politici. Sui criteri di tali scelte ci si può sbizzarrire, ma è chiaro che la competenza non è tra quelli prioritari. Va da sé che il dirigente competente e responsabile esiste, ma è un’eccezione, un errore del sistema.

Parlo di “errore del sistema” perché è piuttosto chiaro che il persistere di questo stato di cose non è dovuto al caso ma ad una volontà precisa. Mantenere una situazione perenne di criticità consente l’utilizzo dell’emergenza per giustificare qualsiasi decisione, inclusa la possibilità di smantellare il servizio per affidarlo ad un privato: un metodo che purtroppo vediamo adottato in molte realtà. In questo modo, chi sta ai livelli più alti ha gioco facile nel farsi gli affari propri, potendo sempre contare su provvedimenti di emergenza per colpire chi non si adatta al sistema. Un sistema in cui gli elementi negativi (lavativi e corrotti di cui sopra), essendo privi di scrupoli hanno maggiori probabilità di emergere rispetto alla maggioranza delle persone oneste, sfruttando anche gli spazi di arbitrarietà concessi da una normativa farraginosa e spesso incoerente.

La pubblica amministrazione va riformata? Per alcuni aspetti senz’altro sì, ma se continuiamo a parlare di privatizzazione dei servizi, enti inutili e licenziamenti, facciamo il gioco dei politici che tutto hanno in testa tranne che risolvere il problema. La pubblica amministrazione si cambia intervenendo prima di tutto su due elementi precisi: la normativa e la dirigenza.

La normativa che regola il funzionamento degli enti pubblici deve essere semplificata, con l’eliminazione di procedure inutili e ridondanti, la concentrazione dei controlli, l’aggiornamento professionale dei dipendenti. L’efficienza che ne deriva si trasferirà direttamente nei rapporti con cittadini e imprese. Intervenire con la semplificazione (come si fa da tempo) solo nei rapporti esterni, genera uno spazio in cui l’amministrazione non è in grado di controllare ciò che succede, uno spazio in cui i soggetti più spregiudicati (questa volta privati) possono operare con la massima libertà. A farne le spese, come al solito, la maggioranza degli onesti che, pubblici o privati che siano, non accettano la legge della giungla.

Per quanto riguarda la dirigenza,è necessario ridefinire i rapporti di questi con l’amministrazione e con la politica, delineare con chiarezza i percorsi lungo i quali posssono fare carriera, puntando ancora una volta sulla qualificazione professionale. E occorre dare un potere reale ai dirigenti, che altrimenti hanno sempre una giustificazione per non agire. Il problema è che in quest’ottica il dirigente diventa anche una sorta di controllore del politico di turno; non è un caso quindi che la categoria non venga mai toccata.

Tante persone vedono la pubblica amministrazione come un nemico, senza rendersi conto che sbagliano obiettivo e fanno il gioco di chi vuole questa situazione. Ma la pubblica amministrazione è un patrimonio collettivo, e l’interesse dovrebbe essere quello di farla funzionare nel migliore dei modi, non di sopprimerla. Ogni volta che un servizio pubblico, magari con la scusa che non funziona, passa nelle mani di un privato, la priorità non è più il servizio al cittadino ma il profitto del gestore. E ogni volta tutti noi perdiamo qualcosa.

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