Non lasciamoci trasportare

Anche questa è passata. L’ennesima protesta dei camionisti è archiviata; restano i danni, i disagi, le polemiche e qualche strascico giudiziario che però, temo, non approderà a nulla. Inutile sorprendersi o indignarsi per una situazione che non ha nulla di nuovo: non sono nuove le motivazioni della protesta, non è nuovo il metodo applicato e non sono nuove le conclusioni. Tutto come al solito, che quasi non vale neanche la pena parlarne.
Ne parliamo invece perché, prescindendo dal fatto specifico, è l’ennesimo segnale di una politica, di un sistema economico e di una società che non funzionano. I camionisti lamentano l’aumento del prezzo del gasolio, la carenza di infrastrutture, la mancanza di controlli, la concorrenza sleale, la mancanza di una vera linea politica di settore e via discorrendo. E cosa c’è di diverso dalle lamentele di qualsiasi altra categoria? I problemi che gravano sui camionisti sono gli stessi che ogni italiano, nel lavoro come pure nella vita privata, deve sopportare quotidianamente. Il gasolio io non lo pago di meno (anzi, su questo i trasportatori hanno dei contributi, a differenza degli altri italiani); le infrastrutture mancano per tutti e tutti ne soffriamo; la concorrenza sleale e la mancanza di controlli (che spesso sono due facce della stessa medaglia) riguarda allo stesso modo tutte le attività economiche; quanto all’esistenza o meno di linee politiche chiare, quale che sia il settore, è meglio stendere un velo pietoso.
L’unica differenza tra i camionisti e gli altri lavoratori, è che loro sono in grado di bloccare l’Italia. Se fanno sciopero gli insegnanti, i miei figli avranno un giorno di vacanza, se le merci non arrivano al negozio io non sono più libero di fare i miei acquisti; ma soprattutto, occupando le autostrade con i camion si impedisce alle persone anche solo di muoversi.

Quest’ultimo punto merita una riflessione. Se i camionisti, come qualsiasi altro lavoratore, hanno tutto il diritto di scioperare e di manifestare, il blocco (come è accaduto in diverse situazioni) di strade ed autostrade è inaccettabile; le attese di ore ed ore in coda, l’impossibilità di andare al lavoro o di tornare a casa per tanti cittadini coinvolti loro malgrado nei blocchi, rappresentano un prezzo intollerabile per un paese civile. Quando una persona rimane bloccata in mezzo alla strada perché altri le impediscono di passare, si deve parlare di sequestro di persona.
Invece non succederà nulla: qualche magistrato farà i suoi rilievi, poi i tempi e le inefficienze della giustizia cancelleranno tutto. Chi ha avuto, ha avuto…

Infine c’è stato l’accordo col governo: che non porterà ad una diminuzione del prezzo del gasolio, che non risolverà i problemi infrastrutturali, che non intaccherà minimamente la concorrenza sleale. Qualche promessa, un po’ di soldi, una pacca sulla spalla, e tutto è rinviato alla prossima protesta.
Del resto, sono convinto che nessuno sano di mente possa pensare che questo governo sia in grado di risolvere il problema dei trasportatori così su due piedi; non ci è riuscito il governo precedente, che, pur essendo molto più vicino agli imprenditori, e non difettando della capacità di prendere decisioni impopolari, ha trovato e lasciato la medesima situazione. In effetti viene da chiedersi perché una protesta così violenta sia avvenuta adesso e non negli anni passati, con una situazione sostanzialmente analoga.
Non sarà per caso che uno dei principali attivisti della protesta è un certo Paolo Uggè, deputato di Forza Italia, ex sottosegretario alle infrastrutture proprio nel precedente governo? Lui qualcosa aveva fatto per i camionisti: nel solo 2005 aveva speso circa due milioni di euro per preparare, nell’ambito della “Consulta nazionale dell’autotrasporto”, il “piano nazionale della logistica”. Piano che non ha risolto niente, tanto che i problemi sono ancora tutti lì, ma che ha evitato la protesta contro un governo “amico”. Amico solo sulla carta, certo, ma tanto è bastato. Fino ad ora.

Cosa bisogna fare allora per risolvere il problema dei trasporti? Né più né meno, quello che si fa (anzi, si dovrebbe fare) per ogni problema: parlare con i diretti interessati, analizzare la situazione, individuare i punti critici, stabilire gli obiettivi di lungo periodo, definire le strategie operative e… cominciare.
Detto così sembra banale, evidentemente però questo semplice canovaccio non viene seguito, altrimenti i problemi si risolverebbero.
Nello specifico poi non c’è neanche bisogno di impegnarsi granché, che le soluzioni sono state già proposte ripetutamente da tanti soggetti, spesso più che autorevoli; mi limito quindi a dare alcuni spunti in forma telegrafica:
 – trasporto su gomma limitato all’ambito locale;
 – potenziamento ed incentivazione del trasporto su rotaia;
 – creazione di punti di raccolta per lo smistamento delle merci;
 – controllo rigoroso del rispetto delle norme di circolazione;
 – sinergie che impediscano ai camion di viaggiare vuoti;
 – verifica puntuale dei limiti di orario e delle norme di sicurezza.
Cosa ci vuole per mettere in pratica queste cose? Semplice, una volontà politica e un progetto di lungo periodo; di lungo periodo però i nostri politici non vogliono sentir parlare, preoccupati solo di arrivare indenni alle prossime elezioni.
Ed è proprio da qui che nascono i problemi dell’Italia: dall’incapacità (perché manca la volontà) di fare dei veri progetti di sviluppo. Dimostrazione che i nostri politici, quale che sia il loro colore, hanno smesso da un pezzo di fare politica; la politica, quella vera, è avere un’idea di società, è fare dei progetti, è cercare il benessere del paese.

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