Motivi imperativi di pubblica sicurezza

Giovanna Reggiani è morta da ormai dieci giorni; tutti i cittadini si sono indignati, tutti i commentatori si sono strappati le vesti, tutti i politici hanno richiesto o annunciato provvedimenti straordinari, poi tutti sono tornati alla loro vita di ogni giorno. E cosa dovevano fare? Il presunto assassino è stato preso, Giovanna non può essere resuscitata, la sua famiglia ha dimostrato di possedere una dignità e un senso della responsabilità tali da rendere estremamente difficile il consueto lavoro di sciacallaggio dei grandi media, la politica ha un argomento fresco sul quale scatenare le solite, false, contrapposizioni.
Tutto a posto dunque. Beh, no, non proprio tutto. Ci sono almeno un paio di questioni che meritano attenzione, e che dovrebbero essere affrontate, possibilmente prima del prossimo morto ammazzato. In primo luogo c’è un decreto legge (il 181 del 01/11/2007 attualmente in fase di conversione) che il governo, con inconsueta tempestività, ha estratto dal cosiddetto “pacchetto sicurezza” e reso operativo in 24 ore. La velocità e la prontezza di riflessi di questo governo non sono mai stati a così alto livello, neanche in precedenti simili casi; c’è da chiedersi come mai stavolta ci sia stata una reazione tanto immediata, ma dubito che questa domanda possa trovare una risposta decente. Resta il fatto che con questo decreto il governo ha raggiunto alcuni risultati non da poco: ha dimostrato di non aver fatto finora niente sul problema sicurezza, ha dimostrato che anche il governo precedente non aveva fatto sostanzialmente niente, ha dimostrato (se mai ce ne fosse stato bisogno) il fallimento delle politiche relative all’immigrazione degli ultimi dieci anni, ha sconfessato sé stesso che presentando il pacchetto sicurezza mediante disegni di legge aveva nei fatti considerato il problema non urgente.
E’ quasi superfluo sottolineare che quando un governo agisce sull’onda dell’emozione, non dà un buon segnale al paese e scredita il proprio operato.

Passando poi dalla valutazione politica a quella sostanziale c’è un aspetto che trovo estremamente preoccupante. Il decreto emanato va a modificare il decreto legislativo 30 del 06/02/2007 (che a sua volta recepisce la direttiva europea 2004/38/CE), nel quale erano già previste modalità per l’espulsione dei cittadini comunitari responsabili di comportamenti pericolosi. Al di là degli aspetti tecnici, la modifica principale è costituita dall’ampliamento dei casi in cui si applicano l’espulsione e gli altri provvedimenti giudiziari: viene quindi introdotto il concetto di “motivi imperativi di pubblica sicurezza“, prima assente. Quando ci sono questi motivi imperativi, il provvedimento è immediatamente operativo, mentre negli altri casi c’è un mese di tempo, il ricorso è di fatto inibito, e non è neanche necessaria la presenza dell’espulso alle eventuali udienze che ne derivano.
Il nuovo comma 7-ter dell’articolo 20, per fortuna ci spiega cosa significa “imperativo”: “I motivi di pubblica sicurezza sono imperativi quando il cittadino dell’Unione o un suo familiare, qualunque sia la sua cittadinanza, abbia tenuto comportamenti che compromettono la tutela della dignità umana o dei diritti fondamentali della persona umana ovvero l’incolumità pubblica, rendendo la sua permanenza sul territorio nazionale incompatibile con l’ordinaria convivenza.
Dignità, diritti fondamentali, ordinaria convivenza: che vadano difese e tutelate non c’è dubbio, ma sinceramente mi sembra una casistica un po’ ampia per giustificare provvedimenti giudiziari di questo tipo e un decreto urgente.
Facciamo qualche esempio. La prostituzione (anche senza considerare il suo sfruttamento, che è ben più grave) sicuramente non è dignitosa e crea più di un problema alla ordinaria convivenza in famiglia; l’evasione fiscale lede i diritti fondamentali dei contribuenti onesti creando molti problemi alla convivenza sociale; gli insulti che si lanciano quotidianamente i politici sono certamente comportamenti indegni che mettono a dura prova la convivenza parlamentare e non solo quella; per non parlare della dignità di chi per quattro soldi è costretto a dare risposte idiote rispondendo al telefono di un call center. E potremmo andare avanti per giorni.
Che facciamo, li cacciamo via tutti? Chi resta?
Ah, dimenticavo, si applica solo ai cittadini stranieri europei; quindi gli italiani (che sono notoriamente bbrava ggente) e il resto del mondo (canadesi e pakistani compresi), possono tranquillamente continuare a fregarsene della dignità e dell’ordinaria convivenza. Confesso che faccio un po’ fatica a trovare un senso a tutto ciò; l’unica conclusione che ne traggo è che questo provvedimento non vuole contrastare la criminalità, ma più semplicemente bulgari e rumeni.
Ma se il governo è il primo ad operare discriminazioni di questo tipo, poi non ci possiamo lamentare se i politici della (ipotetica) destra inneggiano all’odio razziale, o se un branco di imbecilli si prende la libertà (ma il termine è usato a sproposito) di prendere a mazzate quattro disgraziati colpevoli solo di essere rumeni.
A proposito, Fini merita un premio per un gioco di parole degno di un comico: “nessuno ha mai parlato di espulsioni di massa, abbiamo sempre parlato di espulsioni individuali in grande numero“. Come dire: “ne vogliamo cacciare duecentomila, ma uno alla volta, mica tutti insieme”. Se non fosse in ballo la vita delle persone, ci sarebbe da sganasciarsi dalle risate. Il guaio è che c’è chi lo considera un grande statista.

L’altro aspetto che voglio trattare qui è l’inutilità di tutto questo: chi pensa che questo decreto (vale anche per il futuribile pacchetto sicurezza, ma ne parleremo un’altra volta) possa dare dei risultati positivi è un illuso. E’ solo marketing politico: qualcuno verrà cacciato per rientrare una settimana dopo, un paio di campi nomadi verranno abbattuti per essere ricostruiti cento metri più in là, qualche funzionario si farà bello per l’energico comportamento dimostrato, e tutto continuerà come prima. I criminali restano criminali, i disperati restano disperati, gli indifferenti restano indifferenti.
Non si risolverà il problema dell’immigrazione, né quello della criminalità, né tanti altri, finché non verrà affrontato e risolto quello che sta alla base di tutto: la giustizia.
In questi giorni di dibattito si è parlato di tutto, ma il problema giustizia è stato affrontato solo in rarissimi casi, e chi ha osato tanto lo ha fatto a mezza bocca; più di uno ha giustamente criticato le scarse risorse dedicate alle forze di polizia, spesso impotenti di fronte alla criminalità, ma senza andare oltre. E’ facile dire che la polizia non ha personale sufficiente o non arriva a pagare il rifornimento di carburante per le pattuglie; è facile perché per risolvere questi problemi è sufficiente tirare fuori un po’ di quattrini, e quindi si tratta di una questione contingente. Più difficile è spiegare che anche quando la polizia è efficiente, la macchina della giustizia rende spesso vani i loro sforzi; e qui non bastano più i soldi, che pure sono necessari, perché il problema è strutturale e normativo.
Se la criminalità (degli stranieri come degli italiani) ha vita facile in Italia è perché la giustizia non funziona, perché l’80% dei reati rimane impunito, perché chi è condannato non sconta la sua condanna o la sconta solo in parte, perché un avvocato appena discreto non ha difficoltà a trovare un cavillo a cui attaccarsi, perché ci sono persone che vengono riconosciute colpevoli ma non punibili.
E su questo sia il governo attuale che i precedenti (da almeno dodici anni a questa parte) hanno ben poco da dire perché è stata una gara a chi faceva i danni maggiori, i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Se fossi un rumeno e volessi trovare lavoro all’estero non verrei in Italia, dove il lavoro è poco e malpagato, e l’integrazione molto difficile; ci sono paesi europei in cui lavorare onestamente e rifarsi una vita è decisamente più semplice. Se invece fossi privo di scrupoli e volessi dedicarmi al crimine o anche semplicemente vivere di espedienti, allora l’Italia è davvero il posto perfetto; in altri paesi potrei passare guai seri.
Ma ormai anche questi discorsi sono inutili: la Romania, come molti altri paesi che ancora ci ostiniamo a considerare “terzo mondo”, sta crescendo a ritmi impressionanti, dal punto di vista economico, ma anche politico e sociale. Tra non molto il problema verrà ribaltato: in quale paese conviene emigrare per gli italiani che qui non riescono più a garantirsi la propria dignità, i propri diritti, una convivenza civile? Meglio cominciare a pensarci: chi tardi arriva male alloggia.

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