Mi chiamo Angelica

Mi chiamo Angelica, o almeno così mi chiamavo. Sono un piede. Un piede femmina. Sono quello che resta di un soldato, o di una soldatessa, come qualcuno preferisce dire.
Non so bene quello che è successo; camminavo su una strada polverosa, e improvvisamente non ho capito più niente. Poi qualcuno mi ha raccolto, insieme agli altri resti di Angelica, e mi ha messo in una cassa. E da lì, forse per un banale incidente, sono caduta fuori.
La fortuna di essere un piede è che puoi camminare, così ora me ne vado in giro da sola. E non mi piace quel che vedo. E ancora meno mi piace quel che sento. Vedo soldati che sparano, persone che si ammazzano, bambini che saltano sulle mine… chissà, forse è questo che è capitato a me. Ed è terribile.
Ma quel che sento è ancora peggio. Per la verità più che di vedere e sentire dovrei parlare di percezione, perché sono solo un piede; ma forse per questo riesco a cogliere anche quello che va oltre i cinque sensi. E sento che nessuno qui capisce quello che sta succedendo, né soprattutto il perché. Manca a tal punto la consapevolezza del perché, che non c’è più nemmeno l’odio: ormai si combatte e si uccide per abitudine, come fosse un destino inevitabile.

Ho visto cose io che… Sì, lo so, questo lo diceva il replicante in Blade runner. Però è vero. Ho visto cose io che la maggiorparte degli umani non può neanche immaginare. O almeno degli umani che vivono in quei paesi chiamati “civili”. Come te. Tu che stai davanti al monitor a leggere, tranquillo nella tua casetta di periferia, magari con una birra a portata di mano; magari ti senti perfino una persona impegnata perché leggi cose serie. Certo, tu non guardi quelle trasmissioni da idioti in TV, non leggi le riviste di gossip, forse non guardi più nemmeno i telegiornali che tanto leggono solo le veline che arrivano dal palazzo. Tu sei tosto, l’informazione te la trovi da solo, sul web. Poi magari credi alle cazzate di uno pseudocomico al tramonto o ad uno scrittore fallito. Però sei tosto, con la tua birra in mano a sognare la rivoluzione da dietro un monitor.
Paesi civili…

I governi dei paesi civili, come il tuo, ci mandano a combattere perché qui ci sono i cattivi. Invece qui troviamo solo povera gente che ha un unico desiderio: essere lasciata in pace. Ma come? Siamo venuti qua noi a portargli la pace. Abbiamo migliaia di fucili pieni di pace. Chissà perché queste persone non lo capiscono? Non apprezzano i nostri sforzi. In fondo se ci facciamo sparare addosso è per il loro bene, perché vogliamo liberarli dai cattivi.
Perché i cattivi ci sono. Ogni tanto sbucano dal nulla, ci sparano e scompaiono. Noi ci lecchiamo le ferite, raccogliamo i cocci e ci rimettiamo di guardia. Ogni tanto qualcuno lo prendiamo anche; e scopriamo che è stato armato, e magari addestrato, dallo stesso governo che ci ha mandato qui a combattere.
Paesi civili…

Ora qualcuno che non mi ha mai nemmeno incontrato andrà dai miei genitori e gli farà un gran bel discorso sui nobili ideali, il bene comune, l’estremo sacrificio, il grande coraggio della loro figliola. Ma quale coraggio? Io me la facevo sotto ogni minuto. Già, però questo non si dice nelle cerimonie ufficiali, lì c’è spazio solo per medaglie e dignità. Qualche minuto di cordoglio, una pacca sulla spalla e via. Andiamo generale, abbiamo appuntamento con quel gruppo di ribelli a cui dobbiamo vendere le armi: la prossima guerra dovrebbe essere dalle loro parti.
Paesi civili…

Mi chiamo Angelica. No, non ci conosciamo, e a questo punto non ci conosceremo mai. E forse è una fortuna per entrambi…

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