Lettera aperta a don Camillo Ruini

Sono cresciuto in parrocchia, e da sempre sono abituato a dare del “tu” ai sacerdoti; non certo per mancanza di rispetto, ma per un senso di intimità che deriva dall’essere fratelli nella fede. Spero quindi che non ti offenderai se mi rivolo a te in questo modo, anche se sei uno dei più alti rappresentanti della Chiesa cattolica.
Caro don Camillo, ma che mi combini? Già in primavera hai fatto arrabbiare tanta gente, compreso il sottoscritto, a proposito dei referendum sulla procreazione assistita. Oggi riparti a testa bassa contro i PACS, o comunque si vogliano chiamare. E si scatena il putiferio.
Per carità, ogni opinione è legittima, e anche tu, come uomo e come cittadino, hai il diritto di esprimere ciò che pensi. Solo che tu non sei un cittadino qualunque; il tuo ruolo, volente o nolente, ti impone quella cautela che dovrebbe avere chiunque sia conscio del fatto che quando parla è in grado di influenzare un certo numero di persone.

Quale è il problema? Ci sono persone che quando hanno la sfortuna di essere ricoverate in ospedale, non possono essere assistite da chi gli è normalmente vicino tutti i giorni. Ci sono persone che non possono lasciare i propri beni in eredità a chi per anni ha condiviso con loro gioie e dolori. Ci sono persone che non possono usufruire delle opportunità che invece ha chi è sposato. E la lista potrebbe continuare. Per non parlare delle ricadute che questioni apparentemente marginali come quelle che ho appena elencato, possono avere nel rapporto con i figli e nel rapporto tra questi e gli altri.
Uno stato civile ha l’obbligo di stabilire e tutelare diritti e doveri e di regolare i rapporti con e tra i cittadini; e soprattutto dovrebbe occuparsi di garantire a tutti, senza eccezioni, pari opportunità. Chissà perché il ministero per le pari opportunità si occupa solamente del conflitto (ormai anacronistico) tra uomini e donne; e tutti gli altri che le pari opportunità se le sognano di notte?

Caro don Camillo, sai cosa vorrebbe dalla sua Chiesa un cattolico come me?
Vorrei che a Messa, il sacerdote mi spiegasse il significato delle letture non enunciando principi astratti, ma calandole nella realtà e permettendomi di confrontarle con la mia vita. Vorrei che mi fornisse gli elementi per affrontare i problemi sempre nuovi che la vita ci mette davanti. Vorrei che denunciasse le situazioni di degrado, di discriminazione, di disparità tra le persone. Vorrei che prendesse le difese degli emarginati, di tutti gli emarginati, non solo di qualcuno. Vorrei che non mi chiedesse di fidarmi ciecamente come se fossi un incapace.
E se vuole occuparsi di politica in senso stretto, cosa peraltro discutibile, vorrei che cominciasse dal denunciare il malaffare, la corruzione e la difesa degli interessi di pochi privilegiati.
Di PACS si è cominciato a parlare seriamente (almeno speriamo) solo da qualche giorno; ci sono tanti modi per farli, e la conclusione di tutto questo non è affatto scontata. E comunque, coloro che li propongono hanno già chiarito che non hanno niente a che fare con l’istituto del matrimonio, che è ben altra cosa.

Caro don Camillo, le persone cambiano e quindi cambia la società, è un fatto inevitabile; le istituzioni, civili o religiose che siano, si adeguano oppure muoiono. Il tuo intervento è fuori luogo, perché attacca qualcosa che non si sa ancora se, come e quando diventerà realtà; è anacronistico perché rifiuta di prendere in considerazione situazioni che, piaccia oppure no, comunque esistono; inoltre è controproducente, perché fa arrabbiare le persone e le allontana dalla Chiesa, che viene vista sempre più come portatrice di un’ideologia integralista. E gli integralismi di questi tempi non catturano simpatie.
Se poi volessimo fare un discorso più utilitaristico, chiudendo la porta a qualsiasi possibilità di dialogo, si lascia spazio solo alla possibilità che un giorno qualcuno con un colpo di mano alla Zapatero renda il matrimonio la semplice unione di due persone, senza altri distinguo. Dalla padella nella brace.
Dici che il PACS non serve perché nei comuni in cui sono stati istituiti registri in qualche modo simili, questi risultano inutilizzati. Allora qual’è il problema se viene formalizzato a livello nazionale? Come fa a scardinare la famiglia uno strumento che, secondo te, non verrebbe utilizzato?

La famiglia è certamente in crisi, ma non per il divorzio, l’aborto, l’inseminazione artificiale, i PACS o chissà cos’altro. La famiglia è in crisi perché nessuno ne favorisce la nascita, perché nessuno spiega come si crescono i figli, perché lo stipendio non arriva alla fine del mese, perché nessuno la aiuta nei momenti di bisogno. Divorzio e compagnia varia, non sono cause, sono conseguenze. Ogni medico sa bene che la febbre va tenuta sotto controllo, ma se non si interviene sulle sue cause, la malattia non guarisce.
Caro don Camillo, i PACS soddisfano le esigenze di alcune persone, poche o tante è tutto da verificare, ma non influiscono minimamente su chi, come me e tanti altri, ha scelto e continuerà a scegliere il matrimonio. Credo che la Chiesa si dovrebbe occupare di altre cose, che invece vengono tralasciate.
Se invece, come qualcuno maligna, questa è solo una mossa per indicare agli italiani da che parte sta la Chiesa, allora questa non è più politica ma propaganda elettorale; e se così fosse, dovresti candidarti, almeno avresti una posizione chiara e rispettabile.
Io non credo alle malignità, ma ritengo indispensabile che certe prese di posizione vengano meditate profondamente, e presentate pragmaticamente, con chiarezza e maggiore attenzione alle condizioni degli emarginati.

Abbiamo bisogno di ponti, non di muri. La PACS sia con te don Camillo.

I commenti sono chiusi