La libertà è di tutti. O di nessuno.

Mercoledì a Parigi sono state uccise dodici persone; ieri ne sono morte altre, alcune innocenti altre no, e tra loro, molto opportunamente, i presunti responsabili della strage di mercoledì. Non mi interessa fare un’analisi dei fatti: ce ne sono quante ne volete in circolazione, scegliete quella che preferite.

Mi interessa invece parlare di quello che succede dopo e quindi, inevitabilmente, di quello che è successo prima. Perché è chiaro, anche a chi da perfetto idiota vede un complotto in ogni evento oppure ne nega a prescindere l’esistenza, che questi fatti non sono isolati ma fanno parte di una storia. Una storia che non è possibile raccontare in poche righe, ma di cui è indispensabile tenere presenti almeno i tratti essenziali per capire la realtà.

Partendo dalla fine, negli ultimi giorni queste sono state le frasi più gettonate:

  • è stata colpita la libertà di espressione
  • siamo in guerra
  • bisogna bloccare l’immigrazione clandestina
  • ci vuole più sicurezza

Una bella cornice dentro la quale si prospetta un mondo fatto di controlli, di vincoli, di paura e quindi di limitazione delle libertà. Che, guarda caso, è proprio il modello di cui coloro che vengono presentati come nemici si fanno promotori. Un modello in cui le libertà dell’individuo vengono limitate il più possibile, e che per questo viene contrastato dalla cosiddetta società civile occidentale.

Così viene fuori il primo paradosso. La moderna ed evoluta nonché civilissima società occidentale rifiuta il modello arcaico basato sulla sottomissione che gli arretrati popoli africani e mediorientali vogliono imporre a sé stessi; e questo rifiuto non di rado si è tradotto in sfruttamento coloniale, guerre, colpi di stato e altre amenità simili, attraverso le quali si vogliono “esportare” democrazia, libertà e benessere. Poi quando questi popoli, verificato che le nostre esportazioni hanno ben altri effetti, si incazzano e decidono di renderci almeno una piccola parte del favore, tutti a stracciarsi le vesti e a fare le vittime. E gli stessi che prima pretendevano di portare la libertà ai popoli più sfortunati, subito dopo sono pronti a togliere quella stessa libertà al proprio popolo.

Con questo non voglio dire che ciò che è successo a Parigi non sia grave o non meriti la massima attenzione: lo è senz’altro. E non voglio cadere nel qualunquismo di dire che in città come Kabul o Baghdad queste cose succedono ogni giorno: perché è vero, ma non consola e non giustifica. Però bisogna tenere presente sia le proporzioni sia le relazioni causa-effetto, perché non possiamo far finta che tutto questo succede per caso.

E soprattutto dobbiamo tenere alta la guardia nei confronti di chi strumentalizza queste tragedie per giustificare provvedimenti altrimenti inaccettabili. In realtà non è importante sapere se il tutto è frutto di un sofisticato complotto o solo del banale fanatismo di due fuori di testa. Il vero pericolo arriva adesso: in entrambi i casi, fatta eccezione per quei dodici poveri disgraziati che hanno già pagato con la vita, adesso comincia la manipolazione. In un momento di grave crisi interna, come è adesso la situazione europea, cosa c’è di meglio di un nemico esterno per rendere efficace una chiamata a serrare i ranghi e spostare l’attenzione? In un momento in cui le spese militari sono mal viste, cosa c’è di meglio della necessità di aumentare le misure di sicurezza?

E la libertà? E i diritti dei cittadini? Quelli possono aspettare, ora ci sono altre priorità. In fondo, non aspettano da sempre?

L’indignazione è massima perché si è colpita la redazione di una rivista satirica; si è colpita la libertà di espressione, pietra fondante della nostra elevata civiltà. Peccato che quella stessa libertà di espressione che oggi vediamo compromessa, non sia mai stata granché tutelata. Nella stessa Francia esattamente un anno fa il comico Dieudonné veniva bloccato niente meno che dal consiglio di stato; forse il suo spettacolo era brutto, forse era davvero antisemita, ma non è libertà di espressione anche quella?

E per guardare invece in casa nostra potremmo ricordarci, tra i tanti, di Daniele Luttazzi e di Beppe Grillo (quando faceva il comico): non sono forse stati censurati a più riprese? Dov’era allora la libertà di espressione che oggi invochiamo?

Io non lo so se questa sia una guerra; di sicuro la prima battaglia che dobbiamo combattere è quella contro l’ipocrisia, contro l’abitudine a guardare le cose da un solo punto di vista, contro la tentazione di pensare che è grave solo ciò che capita a noi, contro la sufficienza con cui osserviamo le stesse tragedie succedere lontano.

E allora è bene dire con chiarezza che da questo casino non si esce assecondando le richieste di limitazione della libertà; bisogna invece fare il contrario. E’ necessaria più libertà, più apertura, più collaborazione. E quindi smetterla di andare a fare guerre in giro per il mondo pretendendo che questo non abbia poi delle conseguenze; smetterla di imporre a tutti i nostri modelli di società e di relazione; smetterla di pensare che esistano popoli superiori ad altri.

Chi pensa di poter essere libero mentre altre persone non lo sono, è un illuso. Finché ci sarà qualcuno che non è libero, saremo sempre prigionieri della differenza tra noi e lui.

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