Siamo in guerra, ma contro chi?

Siamo in guerra. Con tanti saluti a chi, per il semplice fatto di aver impugnato un fucile, pensa di sapere tutto sull’argomento e di averne il monopolio. E con tanti saluti anche agli inutili ipocriti che, dopo essersi resi ridicoli con Obama, hanno fatto il bis tentando di nascondere il fallimento dell’Unione Europea nel Nobel per la pace. Un premio che sottolineala funzione di stabilizzazione svolta dall’UE nel trasformare la maggior parte dell’Europa da un continente di guerra in un continente di pace”.

Anche a voler ignorare i tanti scenari di guerra in cui sono coinvolti a vario titolo i paesi europei (inclusa l’Italia, alla faccia dell’articolo 11 della Costituzione), basta guardarsi intorno per vedere come la pace in Europa sia gravemente compromessa: non c’è pace all’interno dei singoli paesi e non c’è nemmeno tra i diversi paesi. Ci raccontano che l’integrazione europea ha portato la pace, ma è esattamente il contrario: è la pace che ha reso possibile l’integrazione europea. In compenso, le modalità con cui viene gestita questa crisi stanno portando a galla tensioni che si pensavano sopite. Si smonta così l’integrazione faticosamente costruita e ci si allontana dalla pace.

E’ una guerra diversa dalle precedenti, si combatte con armi diverse, non ci sono i carrarmati in giro, non si sentono le esplosioni delle bombe. Ma gli effetti sono più o meno gli stessi: i negozi che chiudono, le persone che restano senza lavoro, la disperazione di chi non può più permettersi le medicine, non sono diverse da quelle di una guerra combattuta con i fucili. E i morti sono sempre morti, anche se non è il proiettile di un cecchino, ma il gesto disperato di chi si toglie la vita.

E’ una guerra diversa dalle precedenti, soprattutto perché il nemico non si mostra per quello che è, e allora non si sa bene contro chi combattere. Perché il nemico non ci aggredisce dall’esterno, il nemico è in casa. Il nemico è uno di noi.

C’è una intera classe dirigente, politica e non solo, che sta facendo la guerra contro il resto dei cittadini. Un gruppetto di poche migliaia di persone che, in Italia come negli altri paesi, ha dato l’assalto ai pochi beni che i cittadini “normali” (quelli cioè che non navigano nell’oro) posseggono; pochi beni ciascuno che, moltiplicati per decine di milioni di persone sono comunque un patrimonio enorme. Senza dimenticare l’altrettanto enorme patrimonio di beni pubblici. Così i ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri, la classe media, vera struttura portante di un paese, si assottiglia fino quasi a scomparire.

Io non so come questa banda di criminali possa pensare di vivere decentemente rinchiusa (necessariamente) in una torre d’avorio in mezzo al deserto; è evidente che sono forti e magari anche furbi, ma non sono molto intelligenti. Francamente però me ne infischio, che i miei problemi bastano e avanzano per non dovermi preoccupare anche dei loro. E il mio problema, anzi, il nostro problema è ora quello di far sì che questa guerra finisca. Non importa come, ma che finisca, perché solo dopo si potrà ricostruire.

Occorre però uno scatto da parte di tanti che ancora non hanno chiara la situazione. Occorre prendere coscienza che siamo in guerra e che il nemico è tra noi. E una volta acquisita questa consapevolezza, non ci sarà storia: noi siamo mille per ognuno di loro.

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