Immigrazione e colonialismo: un binomio inscindibile

Ora che l’onda emotiva per gli oltre 700 migranti morti nel Mediterraneo qualche settimana fa si è placata, voglio dire due o tre cose sull’argomento.

I fenomeni migratori fanno parte della natura. Sono sempre esistiti e sempre esisteranno. Riguardano gli esseri umani come pure il resto degli animali; del resto è assolutamente ovvio che un essere vivente capace di muoversi sia portato ad andare dove esistono condizioni di vita migliori. Cosa tanto più vera quanto più le condizioni di partenza sono difficili.

Questo fatto (che sarà pure banale ma non viene mai preso in considerazione) ci dovrebbe far capire che avere un certo numero di persone che dall’Africa, ma non solo, si trasferisce in Europa è una cosa del tutto normale e inevitabile. Il problema vero nasce quando il “certo numero” aumenta improvvisamente, come succede da qualche anno a questa parte.

Lo sport nazionale sull’immigrazione è diventato il “che fare?”, rispetto al quale si sono formate due squadre nettamente distinte: da un lato quelli secondo cui dobbiamo accoglierli a prescindere, dall’altro chi invece pretende di impedirne l’arrivo in ogni modo. Due posizioni che di solito hanno un elemento in comune: nessuno si chiede il perché. Il che rende il dibattito una pura finzione, giocato sulla pelle di migliaia di poveri disgraziati.

Le cause dei fenomeni migratori sono diverse: carestie, difficoltà economiche, guerre, malattie, mancanza di lavoro sono solo alcune, e citarle genericamente è facile. Più difficile è andare a fondo e vedere quali responsabilità ci sono dietro a tante tragedie. Il perché è presto detto: in molti casi i responsabili siamo noi, i paesi economicamente più sviluppati.

Circa cinquanta anni fa il colonialismo è stato superato, le nazioni del terzo mondo hanno conquistato la propria indipendenza e si sono avviate per la strada dello sviluppo economico, in cerca di quel benessere al quale ogni persona ha diritto. Un percorso purtroppo minato, già nel suo disegno iniziale, da un difetto d’origine: i modelli di ispirazione erano, e sono tutt’ora, quelli dei paesi più avanzati. Questo partendo dal presupposto, sbagliato, che quei modelli potessero funzionare per tutti. Ma la ricetta universale che funziona in qualsiasi situazione non esiste, e in tanti lo hanno scoperto a proprie spese.

Oltre a questo, il punto davvero critico nei rapporti con il terzo mondo è dato dal fatto che il colonialismo è stato superato solo sulla carta, ma è ancora oggi presente come, e forse in modo anche più radicale, nei decenni e nei secoli passati.

L’Africa in particolare, ma anche paesi del medio oriente e di altre zone, viene sistematicamente saccheggiata delle sue risorse naturali; uno sfruttamento, dettato dalle logiche commerciali, che trasferisce immense ricchezze verso i paesi più ricchi e lascia a quelli che dovrebbero esserne i legittimi proprietari solo devastazione e miseria. Il tutto grazie a governi fantoccio che spesso vengono messi lì appositamente per questo scopo da coloro che poi si arricchiscono. Il tutto grazie alle guerre che periodicamente vengono scatenate quando ci si ritrova di fronte ad un governo poco incline a piegarsi agli interessi dei più ricchi.

I nostri paesi, e più specificatamente i nostri governi e le grandi aziende che di questo saccheggio raccolgono gli utili, sono responsabili per tutto questo, e sono quindi responsabili per l’anomalo flusso di immigrati, morti inclusi, che oggi si riversa sul nostro territorio.

In cosa si traduce allora l’aiuto che si dovrebbe dare ai cittadini dei paesi del terzo mondo? Nell’aiutarli “a casa loro”, come dicono ipocritamente tanti il cui unico desiderio è di non vedere intorno a sé queste persone? Magari. Sono convinto che a nessuno faccia piacere dover abbandonare la propria terra. Ma aiutarli a casa loro significa far sì che possano organizzare la propria vita e il proprio paese come più gli piace, senza imporre i nostri modelli, senza pretendere nulla in cambio, senza influenzare le loro scelte. Aiutarli cioè, se e come loro desiderano essere aiutati. Accettando quindi che possano voler fare da soli.

E se questo significa dover rinunciare al loro petrolio, ai loro diamanti, alle loro terre fertili… pazienza. Ci organizzeremo con quello che abbiamo. Poi col tempo potremo anche ricominciare a trattare con questi paesi uno scambio reciproco, ma basato su rapporti paritari.

Se invece non siamo disposti a rinunciare a tutto questo e preferiamo mantenere vivo il colonialismo, allora dobbiamo essere pronti a pagarne il prezzo: ci teniamo gli immigrati.

E se ci rimane un briciolo di umanità, non possiamo permettere a questa gente di avventurarsi nel mare senza sapere se sopravviveranno: li andiamo a prendere noi. Organizziamo un servizio di traghetti che dia almeno la sicurezza di arrivare a destinazione vivi e vegeti, per poi procedere ad uno smistamento ordinato di cui ogni paese, in base agli utili raccolti dalle sue aziende, deve farsi carico. Se non altro verrebbe stroncato il business degli scafisti.

Il dio denaro ci insegna che ogni cosa ha un prezzo: l’immigrazione è il prezzo del colonialismo.

One thought on “Immigrazione e colonialismo: un binomio inscindibile

  1. Aggiungo che anche solo in termini economici dovremmo accoglierli a braccia aperte ed integrarli nella nostra economia e cultura , ed abbassare l’età media !
    Invece da noi arrivano i barconi e gli italiani in treno ed aereo vanno a lavorare a Berlino o in Polonia.
    Ho paura che anzichè migliorare il mondo , l’attuale politica economica peggiora le democrazie .

    Giovanni