Il voto utile e altre stupidate

Voto utile: ossimoro. Con questa definizione ho chiuso l’Electionary, e da qui vorrei ripartire; per fare questa volta un discorso un po’ meno leggero. Le elezioni sono una cosa seria e al di là delle battute, che sono sempre le benvenute per sdrammatizzare, è ora di andare in profondità per capire cosa ci aspetta.
E cosa possiamo fare noi. Perché noi possiamo fare qualcosa; noi, la ggente, la massa informe, il popolo bue, i cittadini che diventano importanti solo in quanto portatori sani di voto. Noi possiamo incidere sul nostro futuro; e se possiamo farlo, allora dobbiamo farlo. Perché se rinunciamo a questa possibilità, allora avremo perso: chi combatte può vincere oppure può perdere, ma chi rinuncia a combattere sceglie la sua sconfitta in anticipo. In questa campagna elettorale ci sono alcune bugie strategiche. La prima è che non possiamo scegliere. Non possiamo scegliere come vorremmo, non possiamo scrivere un nome sulla scheda elettorale, non possiamo decidere come sarà composto il governo; grazie ad una legge elettorale vergognosa sono le segreterie dei partiti a comporre le liste, a stabilire l’ordine, e quindi a decidere chi andrà in Parlamento. Questo perché, consci delle percentuali che, con oscillazioni di minima entità, vengono raccolte in ogni collegio, ogni partito sa perfettamente quanti parlamentari riesce a far eleggere zona per zona. E’ stato calcolato che oltre il 90% dei candidati sa con certezza matematica se sarà eletto o meno; la lotta è solo per un 10% scarso che si trova in quella zona di confine che separa la vittoria dalla sconfitta.
Tutto questo è senz’altro vero, eppure non sento nessuno che si fermi a riflettere sull’enormità di quel 90% di eletti “sicuri”, che è e rimane il vero scandalo di questa faccenda.
Domanda: “Perché il 90% degli eletti è già sicuro in partenza?
Risposta: “Perché gli italiani votano sempre allo stesso modo
Che ci piaccia o no, le cose stanno così: le variazioni tra una votazione e l’altra sono minime, e questo fornisce ai partiti un enorme potere di controllo. Potere che noi prima gli consegniamo poi ci lamentiamo di averlo fatto; fino alla volta successiva, quando ripetiamo da capo lo stesso errore. Siamo furbi…

Noi possiamo scegliere in un modo semplicissimo: cambiando il nostro voto. Se riuscissimo a liberarci dai condizionamenti, dalle false ideologie, dai concetti anacronistici e velleitari di destra e sinistra, dall’idolatria che ci lega (chissà perché?) ad un leader, ci accorgeremmo che il nostro accanimento nel difendere certe posizioni e certe persone è in massima parte campato per aria. Cambiando il nostro voto noi possiamo generare un terremoto politico, perché faremmo saltare tutti gli equilibri, togliendo ogni certezza ai partiti; e, cosa ancora più importante, costringeremmo i partiti a confrontarsi con noi, cosa che non fanno più da molti anni.

Un’altra bugia molto utilizzata in questa campagna elettorale è l’appello al voto utile. Appello che è anche offensivo, perché significa che se io voto per un partito piccolo (questo è il senso) il mio voto diventa inutile. Allora cosa ci vado a fare a votare? In questo modo i due partiti più grandi cercano di spingerci a votare per loro, oppure a non votare affatto.
Ma il valore del voto prescinde da ciò che esprime, il voto non è mai inutile; inutile è non votare perché permette ad altri di decidere per noi, ci toglie quel poco di diritto che abbiamo, ci precipita nel disfattismo nel quale troppo spesso ci crogioliamo beati. Se invece crediamo che la democrazia e la libertà siano principi fondamentali, allora il voto è sempre utile, quale che sia.
Il motivo per cui c’è questa spinta a concentrare i voti è semplice: tanto meno peso avranno i piccoli partiti, tanto più sarà facile per i grandi controllare e gestire il potere a loro uso e consumo. E potranno finalmente rifare la legge elettorale, peggiorandola ulteriormente (sì, è possibile peggiorarla) per rendere ancora più complicata la vita dei piccoli partiti e la nascita di nuove proposte politiche. L’obiettivo è la cristallizzazione della politica: se oggi ci lamentiamo perché le facce sono sempre le stesse, domani potrebbe essere anche peggio.

Ricordo un manifesto, visto parecchi anni fa, che recitava: “Quello che tu puoi fare è una goccia nell’oceano, ma è ciò che dà significato alla tua vita“. Diamo un significato al nostro voto, dimostriamo che è comunque utile. E non ci dimentichiamo che l’oceano è composto di gocce, e solo mettendo insieme tante gocce si può creare un’onda capace di spazzare via tutto.
Se davvero questa classe politica non ci piace, allora dovremmo cominciare a fare l’esatto contrario di quello che ci chiede.
Invitano a concentrare i voti? E noi li sparpagliamo.
Sostengono che altrimenti è meglio non votare? E noi ci presentiamo in massa alle urne.
Dicono che è utile solo il voto dato ai grandi partiti? E noi lo diamo ai piccoli.

Già, i piccoli partiti, le liste improbabili. La maggior parte delle persone sostiene che “non hanno nessuna possibilità, quindi non ha senso dargli il voto”. E non si accorgono di ribaltare il rapporto causa / effetto. La verità è che se non gli si dà il voto non avranno mai nessuna possibilità.
E se continuiamo a dare delle possibilità sempre e solo ai soliti noti, allora non ci possiamo certo lamentare di come vanno le cose.
Domanda: “E chi ci garantisce che poi anche quelli non diventeranno come gli altri?
Risposta: “Nessuno”.
Votare significa dare fiducia, poi a posteriori si valuta se quella fiducia fosse ben riposta oppure no; quindi non si possono pretendere garanzie di alcun tipo da parte di chi non ha ancora avuto occasione di far vedere quello che vale. La garanzia invece ce l’abbiamo da quelli che hanno già dato prova di sé: abbiamo già visto Berlusconi e compagni al governo, così come sappiamo anche come si comportano gli uomini del PD, che sono più nuovi dei loro avversari, ma solo di un soffio. Da tutti loro sappiamo esattamente cosa aspettarci, e non mi sembra una bella prospettiva: chi vuole affidargli il suo futuro faccia pure, ma poi che non si venga a lamentare.

Un ultimo cenno sulla posizione di Beppe Grillo, posizione che a chiacchiere trova sempre più sostenitori (poi li voglio vedere il 13 aprile…). Grillo invita, con una insistenza e una banalizzazione ormai stucchevole, a disertare le urne; astenersi perché non c’è possibilità di scelta, perché la legge sarebbe anticostituzionale, perché tanto “sono tutti uguali”, e via cianciando.
Non entro nel merito della questione di costituzionalità; osservo solo che due anni fa nessuno disse niente del genere, e che Grillo non è un costituzionalista. Inoltre la legge è questa e, anche se fosse davvero incostituzionale, con questa si andrà comunque a votare. Che piaccia oppure no.
Quanto alla impossibilità di scelta ho già spiegato che è fasulla e che dipende solo da noi. Che poi siano tutti uguali e altre amenità simili, non credo che meritino alcuna considerazione; sono poco meno che chiacchiere da bar.
Perché allora parlare ancora di Grillo? Perché lui è, e non da oggi, un protagonista della vita politica italiana; che a lui piaccia oppure no, è un politico di riferimento, anche se non ha un partito né una poltrona da occupare. E quando uno fa politica, dovrebbe fare un po’ più attenzione a quello che dice, perché le sue affermazioni hanno poi delle conseguenze.

A Grillo va riconosciuto l’enorme merito di aver portato all’attenzione degli italiani questioni di cui si ignorava completamente l’esistenza; così come gli va dato atto che ha fortemente contribuito ad un massiccio risveglio delle coscienze. Questo risveglio però va sostenuto con una critica mirata e responsabile, non con la demagogia di chi spara nel mucchio perché deve essere sempre “contro” per poter rimanere a galla.
Grillo sta rischiando di distruggere quello che ha costruito. L’astensionismo che lui invoca, fa il gioco dei due partiti più grandi; non a caso dai vertici di PD e PdL partono quotidianamente attacchi contro i partiti più piccoli, ma (guarda caso!) nessuno di loro ha criticato la posizione di Grillo.
O ci rendiamo conto che per ogni scelta c’è un motivo, e ci chiediamo il perché, oppure ci accontentiamo di pensare che siano tutti stupidi; io, a questo livello, non credo alla stupidità.
Finché andremo avanti riempiendoci la testa con idee prese a prestito, non avremo un futuro degno di questo nome, né per noi né per i nostri figli.

4 thoughts on “Il voto utile e altre stupidate

  1. Negare il voto al PD nella situazione reale data – votando una formazione “di sinistra” o astenendosi o annullando la scheda – significa inevitabilmente contribuire a consegnare il governo del paese per i prossimi anni a Berlusconi & Co. Per quanto possano apparire comprensibili e giustificate le riserve – in base a opinioni tutte, s’intende, più che legittime – che si nutrano sul PD, una scelta di questo genere presume che si ritenga assolutamente indifferente il fatto che al governo del paese sia il cosiddetto PDL o il PD. Come è possibile opinare che gli interessi, le idealità, i valori che le formazioni di sinistra intendono rappresentare e promuovere non avranno vita ben più difficile – foss’anche dall’opposizione – sotto un governo Berlusconi non è argomentato né motivato in termini convincenti da nessuno dei commenti che ho potuto visionare: non per incapacità ma, semplicemente, perché non può esserlo. Il voto non serve a affermare una identità, una appartenenza, una visione, un progetto alternativo: serve a decidere chi andrà al governo il prossimo aprile. A “sinistra” sarà poi pur sempre possibile evidenziare il proprio peso – e magari a farlo valere “politicamente” – differenziando il voto in sede di elezioni amministrative rispetto a quelle parlamentari. Respingere sdegnosamente l’argomento del “voto utile”, bollandolo come un intollerabile “ricatto”, ha tanto senso quanto ne avrebbe per chi volesse librarsi in volo gettandosi dalla finestra, affermando di non voler sottostare al “ricatto” della forza di gravità! Decidere in base alle condizioni reali date e usare gli strumenti di cui si dispone per quello e solo per quello per cui possono effettivamente incidere, è l’unico metro realistico sul quale misurare responsabilmente l’efficacia della propria azione. Credo che questo sia sempre stato l’insegnamento più prezioso – anche se talvolta disastrosamente dimenticato – dell’azione politica della sinistra.

    • Su una cosa hai ragione: il PdL non è assolutamente uguale al PD, è certamente mooooooolto peggio. Il che non significa ovviamente che il PD sia una bella roba.
      La mia critica al concetto di “voto utile” rimane tutta: un voto espresso liberamente e responsabilmente è [b]sempre[/b] utile, anche se va al partito dello zero virgola. Quello che è inutile (nel senso che non produce alcun risultato) è l’astensione, la scheda nulla, la scheda bianca e cose simili: legittime ma inutili.
      Tu evidentemente no, ma io sono stanco di votare il meno peggio, di votare Tizio perchè altrimenti vince Caio.
      La situazione che c’è in Italia dipende da noi tutti, e dal fatto che non abbiamo il coraggio (o la responsabilità) di cambiare voto: se i partiti non fossero già sicuri della percentuale che finiranno per ottenere, stai sicuro che si comportarebbero in maniera diversa.
      Io il voto al PD non lo do, e se vince Berlusconi, beh… saranno stati gli italiani a volerlo.

  2. Bravo!
    Hai ragione, concordo pienamente con te.

    Non credo che l’espressione “voto utile” possa venire utilizzato solo in relazione alla immediata -o meno- spendibilità del proprio voto per la formazione di un governo.
    Non mi piacciono gli slogan e mi annoiano le dietrologie come sport.
    Il problema di fondo è il sistema elettorale stesso, per non parlare della cultura italiana. Un dibattito politico dovrebbe essere fondato sulle proposte, centrato sui problemi. E invece vediamo che siamo agli antipodi. Guarda la farsa della par-condicio.

    Ecco, allora anche in questa situazione si può ammettere che esista la possibiità di utilizzare il proprio voto come investimento lungimirante, per far sì che venga introdotta in parlamento una forza portatrice di idee che si vogliono sostenere. Ovvio che una decisione simile trova senso specialmente contestualizzata in date circostanze, e cioè io credo che in questo momento votare V o B destini il Paese ad essere governato in modo piuttosto simile, e dalle solite persone che finora hanno fallito quasi su ogni fronte.

    Io voterò, secondo questa prospettiva, “Per il bene comune” , perché pur essendo S. Montanari un “troppo nuovo” della politica, e non dotato di doti comunicative sufficienti, è dotato di un programma semplice, chiaro e pragmatico. Dove non si produce distanza -per i soliti motivi strumentali- tra i princìpi ispiratori e i propositi di azione (trasparenti).

    Ma i miei dubbi restano, certo. Nel frattempo mi auguro che B possa tramontare definitivamente, perché V è -di poco- “meno peggio”. Beppe Grillo, oggi 10 aprile ha appena pubblicato un post intitolato proprio così, “Il meno peggio”, che pur colmo di fraintendimenti, slogan facili, semplicismi, contiene anche alcune verità. A forza di andare avanti col “meno peggio” l’Italia affonda.

    Certo che se la battaglia elettorale si fosse giocata attorno alle idee, avremmo avuto un 75% degli Italiani che non avrebbe capito un’acca dei problemi trattati, ma una esposizione su base paritaria dei vari candidati. Io trovo inconcepibile che si finisca a dare un minimo di spazio a roba anacronistica tipo quella propinata da Ferrando, ma non a “Per il bene comune”.

    Insomma siamo alle solite, rivoluzione culturale a quando? Da dove partire?
    Ognuno scelga e agisca, ma in fretta e in modo serio.
    😡