I giudici, la politica e l’ipocrisia

La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Non è, ovviamente, un’affermazione mia; è scritto nella Costituzione all’articolo 104. Ma prima ancora di essere norma fondamentale dello stato è un principio essenziale della democrazia; Montesquieu nella sua opera “Lo spirito delle leggi” sosteneva che “tutto sarebbe perduto se lo stesso uomo, o lo stesso corpo di maggiorenti, o di nobili, o di popolo, esercitasse questi tre poteri: quello di fare le leggi, quello di eseguire le decisioni pubbliche, e quello di giudicare i delitti o le controversie dei privati”.
La divisione dei poteri è principio irrinunciabile della democrazia: quando questa divisione manca, la democrazia viene meno, si va verso il potere assoluto.
L’assemblea costituente, evidentemente consapevole di quanto sia delicata la funzione della magistratura, ha inserito questo principio in modo esplicito nell’articolo 104, e lo ha rafforzato con altri interventi, non ultimo quello contenuto all’articolo 101, secondo cui “i giudici sono soggetti soltanto alla legge”.
Bene così? Direi proprio di no.
Non va affatto bene perché i nostri padri costituenti (con buona pace di Benigni e della beatificazione ipocrita che ne ha fatto qualche settimana fa) hanno richiamato il principio ma non lo hanno messo in pratica, se non in minima parte. Nei fatti non c’è alcun vincolo che impedisca alle persone di passare indiscriminatamente da un potere all’altro, e nemmeno di far parte contemporaneamente di due distinti ordinamenti. Il risultato è che ognuno fa quel che vuole, con la conseguenza che le stesse istituzioni (e prima di tutte proprio la magistratura) perdono autorevolezza e vengono quindi indebolite.
Separazione dei poteri significa che chi appartiene ad un ordinamento non può in alcun caso far parte di un altro, neanche per periodi o funzioni limitate. Sulla difesa di questo principio si spendono da molti anni tante persone, ma il tutto si riduce all’ipocrisia di chi in realtà se ne frega del principio e si limita a tirare l’acqua al proprio mulino. Non è un caso infatti che le critiche nei confronti dell’impegno politico dei magistrati arrivino sempre da certe posizioni politiche, e solitamente in campagna elettorale, per colpire l’avversario del momento e magari delegittimare un giudice che ha portato avanti procedimenti poco graditi.
Non si tratta quindi della difesa di un principio ma della squallida difesa di interessi di bottega.

Un principio è tale solo quando non fa preferenze, per cui è necessario applicarlo a tutti nello stesso modo. Oppure a nessuno. E questo vale anche per l’impegno dei magistrati in politica; un impegno che ho già avuto modo di criticare, ma che non può essere negato se non per un principio superiore.
Se quindi vogliamo applicare seriamente e senza demagogia il principio della separazione dei poteri, occorre allargare lo sguardo. Un magistrato può entrare in parlamento o al governo solo dopo essersi dimesso, e non è quindi sufficiente che abbia richiesto l’aspettativa. Allo stesso tempo però un parlamentare non può far parte del governo se non dopo essersi dimesso dal suo ruolo. E viceversa. La storia delle istituzioni italian, non solo quella recente, ci presenta invece una sistematica sovrapposizione di ruolo tra parlamentari e membri del governo.
Poi c’è da discutere se applicare tali vincoli fin dal momento della candidatura e se stabilire periodi di “decantazione” tra un incarico e l’altro, ma qui si tratta più di un problema di opportunità politica e va oltre l’applicazione del principio.
A ulteriore conferma di quanto detto, voglio sottolineare un esempio positivo: i comuni. I ruoli di consigliere comunale (organo legislativo) e di membro della giunta comunale (organo esecutivo) sono incompatibili. Dall’ordinamento comunale attuale, che in generale funziona piuttosto bene, ci sarebbe molto da imparare per tutte le nostre amministrazioni pubbliche.

Chi ha a cuore la democrazia non può che essere favorevole al principio della separazione dei poteri e ad una sua applicazione seria, ma non è accettabile l’approccio ipocrita di chi pretende di applicarlo solo per qualcuno. Per citare ancora Montesquieu “L’amore della democrazia è quello dell’uguaglianza”.

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