I giovani, la finanza, la natura e altre calamità

Piccoli italiani crescono…
Una discussione tra due ragazzi di tredici anni, sentita per caso qualche mese fa in autobus.
A che scuola ti sei iscritto?
Al liceo scientifico
Come mai?
Poi vado a medicina e dopo cinque anni faccio come mio zio: 3500 euro al mese netti.
Medicina però è tosta e non è detto che arrivi alla fine; poi è a numero chiuso.
Sì, ma io mi faccio raccomandare…
In poche battute di due ragazzi di terza media c’è tutta la realtà italiana e non solo. I soldi come obiettivo prioritario e l’idea che di fronte a qualsiasi problema si possa trovare una scappatoia anche prescindendo dalle regole. E bisogna dire che questi due ragazzi sono comunque migliori di tanti altri, perché per arrivare ai loro obiettivi intendono anche studiare: in tempi in cui i modelli di riferimento sono veline e calciatori c’è di che esserne fieri.
Tuttavia questa breve discussione riassume in sé (ovviamente senza responsabilità dei due involontari protagonisti) il peggio che noi italiani siamo capaci di esprimere: avidità e indifferenza. Avidità a qualcuno può sembrare un termine un po’ forte per chi desidera uno stipendio di 3500 euro, ma la questione centrale non è l’entità del desiderio, bensì il fatto che questo sia la molla, spesso l’unica, capace di muovere le persone. Chi ha 10 euro ne vuole 20, chi ne ha 1000 ne vuole 5000, chi ha i milioni vuole i miliardi; si rincorre il denaro e, per quanto se ne possa avere, non si è mai soddisfatti.
Si può essere avidi di tutto, anche di amici su Facebook, e la cosa, per quanto sia decisamente più innocua, non è diversa perché l’approccio è lo stesso. Oltre ai soldi, sesso e potere sono forse i due ambiti più frequentati dall’avidità, oltre che i più devastanti; per farsene un’idea basta aprire un qualsiasi giornale e non c’è che l’imbarazzo della scelta.
Poi c’è l’indifferenza, un male subdolo, che striscia senza farsi notare. In fondo chi se ne frega se per prendere un posto da 3500 euro devo farmi raccomandare? O se poi non sarò in grado di curare un paziente perché la laurea l’ho presa con i punti? Si può essere indifferenti di fronte all’immigrato che non ha da mangiare, come all’idea che quei 3500 euro qualcuno li deve pagare con le sue tasse, e quindi col suo sudore; la cosa non cambia.

DFC dice chela natura è rapace per istinto di conservazione e di perpetuazione” e da questa idea, che può essere condivisibile, tra il cinico e il fatalista arriva alla conclusione che “l’ansia di profitto, di saccheggio e di sopraffazione che anima la speculazione è un aspetto naturale ed inevitabile del mondo in cui viviamo”.
Non sono d’accordo. In natura l’avidità non esiste. Gli animali uccidono altri animali per mangiare, non per divertimento, non per riempirsi la pancia oltre il necessario (a parte, forse, il coccodrillo, che poi però almeno piange), non per togliere cibo a quelli che gli stanno intorno. Ogni leone uccide la sua gazzella e quando si è sfamato si riposa. In natura i maschi si accoppiano per assicurarsi una progenie, non per fare collezione di femmine. L’ansia di profitto, di saccheggio e di sopraffazione, non sono sopravvivenza, sono avidità. L’avidità è un’invenzione dell’uomo.
Quando un animale del branco è in difficoltà, gli altri lo proteggono dai nemici; se lo abbandonano è perché per lui non c’è comunque più niente da fare, dimostrando tra l’altro un buon senso e una pietà ben maggiore di quegli ominidi che pretendono di mantenere in vita le persone ad ogni costo. Ci sono in natura forme di collaborazione così strette, anche tra specie completamente diverse, da far impallidire l’idea stessa di “aiuto reciproco”. Noi umani invece siamo riusciti a portare il concetto di indifferenza a livelli incredibili, e non c’è certo bisogno di esempi per dimostrarlo.

Questi sono i mali della nostra epoca: avidità e indifferenza, e lungi dall’essere “naturali” sono caratteri tipicamente (dis)umani. Due caratteri che stanno alla base del pensiero distorto di due ragazzi, come stanno alla radice del disastro economico e sociale che stiamo vivendo, e dal quale non usciremo finché non capiremo da cosa dipende. Nessun problema sarà risolvibile se non viene affrontato a partire da queste basi.

Abbiamo di fronte a noi un futuro che si prospetta tutt’altro che roseo, che possiamo affrontare in due modi. Possiamo esasperare ulteriormente le rivalità, arrivare allo scontro di tutti contro tutti, in un infermo nel quale i pochi che sopravviveranno si accorgeranno (quando sarà troppo tardi) che i problemi sono rimasti gli stessi. Oppure possiamo fermarci, tornare qualche passo indietro e ricominciare a costruire un mondo di relazioni tra persone, una nuova società, consapevole che per stare bene è necessario che anche chi sta intorno a noi stia bene.
Dove portano queste due strade è evidente, così come è evidente quale sia la più difficile.
Scegliere dipende da ciascuno di noi.

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