Il governo pon-pon va alla guerra

Ci risiamo. Un’altra guerra. Non soddisfatti dei disastri combinati in giro per il mondo ogni volta che ci siamo infilati in avventure militari di vario tipo, continuiamo a ripetere l’errore, incuranti delle conseguenze. Parlo dell’Italia, ovviamente, ma anche degli altri paesi del cosiddetto mondo civilizzato che, sempre per il dovere imposto dall’alto livello di civiltà raggiunto, non si tira mai indietro quando c’è da menare le mani. I risultati ottenuti in Iraq, Afghanistan, Libia, Siria, Ucraina, solo per citare alcuni dei casi più recenti, sono infatti ben visibili: migliaia e migliaia di morti e feriti, masse immense di sfollati costretti ad abbandonare le proprie case, interi gruppi etnici e/o religiosi perseguitati e trucidati, estremizzazione e rafforzamento dei gruppi più violenti e fanatici, instabilità politica e sociale, distruzione di attività economiche.

Se questi sono gli obiettivi, c’è da dire che il metodo funziona perfettamente. Non sono questi gli obiettivi di una guerra? In parte. Alcuni sono effetti collaterali ma, proprio perché “collaterali”, non interessano chi gestisce il potere: cosa vuoi che sia qualche morto o una città rasa al suolo? Quello che conta è invece ben altro: mantenere l’instabilità in questi paesi e distruggere l’economia locale è condizione fondamentale per consentire agli sciacalli di accaparrarsi risorse naturali, manodopera a bassissimo costo e nuovi mercati. Oltre al non trascurabile particolare di tutto ciò che ruota attorno al mondo degli armamenti.

Questo è quello che fa il mondo “civile”, spesso nascondendosi dietro l’ipocrita giustificazione delle ingiustizie praticate da qualche gruppo di potere locale. Ingiustizie che, va detto, di solito sono tanto reali quanto odiose, ma che vengono poi messe in ombra dalle ingiustizie, ben più gravi, provocate da chi dice di volerle risolvere.

Dobbiamo fare qualcosa” è il ritornello che inevitabilmente accompagna queste operazioni. Una posizione che implica una superiorità morale rispetto a chi invece ritiene che non si debba intervenire in conflitti locali di cui troppo spesso non si conoscono nemmeno le ragioni. Il principio di autodeterminazione dei popoli, di cui a volte si parla a vanvera, viene sistematicamente accantonato appena certi interessi entrano in ballo.

Ora è la volta dell’Isis: organizzazione militare che sta compiendo stragi, in particolare a danno delle minoranze non islamiche, nel nord dell’Iraq, nella regione del Kurdistan. Al di là delle definizioni e degli obiettivi, è fuori dubbio che si tratti di fanatici assassini, feccia che non merita alcun rispetto. Questo basta per giustificare un intervento militare straniero? Per i governi del mondo civile sì.

Il 15 agosto il consiglio europeo ha approvato l’invio di armi ai curdi. Iniziativa che è ancora più ipocrita del solito: non si interviene direttamente, non ci si mette la faccia, ma si arma una delle due parti. Certo, i curdi in questo momento sono le vittime, ma davvero qualcuno pensa che bilanciando la forza militare si possa fermare la guerra? Ovviamente no, ma intanto… facciamo qualcosa. Concretamente, facciamo in modo che la guerra cresca di intensità.

Il governo italiano, che come di consueto se ne frega della Costituzione e dell’articolo 11 secondo cui “l’Italia ripudia la guerra“, dovrebbe chiedere al Parlamento l’autorizzazione per un intervento di questo tipo. Ma il Parlamento è chiuso per ferie, e se l’urgenza della situazione è tale da far convocare il consiglio europeo il giorno di ferragosto, non lo è abbastanza per chiamare a raccolta i nostri parlamentari dalle meritate ferie. Non tutti almeno. Si ripiega quindi sulla convocazione, il 20 agosto, delle commissioni parlamentari esteri e difesa, per ascoltare ciò che hanno da dire i due ministri competenti (termine quanto mai fuori luogo). Tanto le decisioni vere sono già state prese, per cui è sufficiente una mossa insignificante che faccia da paravento.

Ovviamente nessuno ha nulla da eccepire, del resto “dobbiamo fare qualcosa”, per cui l’Italia consegnerà ai curdi le armi necessarie a partecipare più attivamente alla loro guerra. In attesa di poter intervenire in modo più massiccio e diretto? Chi lo sa, può anche darsi. Gli Stati Uniti nel frattempo si sono messi avanti col lavoro e già da un po’ stanno bombardando la zona. In modo intelligente, è ovvio.

La cosa curiosa è che i curdi fino a ieri non erano molto ben visti dal mondo civile. Anzi, il PKK, il loro partito più rappresentativo era considerato un’organizzazione terroristica. Però adesso, per senso di profonda umanità, gli diamo noi le armi. Niente di nuovo: la storia del mondo civile è costellata da cambi di posizione di questo tipo. Lo stesso Saddam Hussein, prima di diventare il dittatore sanguinario che doveva a tutti i costi essere eliminato, era un amico del mondo civile; un amico che occasionalmente tentava anche di sterminare i curdi, ma allora questo non era un problema.

Altrettanto curioso è il fatto che l’azione della stessa Isis andava benissimo quando nei mesi passati tentava di rovesciare il regime di Assad (un altro che da amico è improvvisamente diventato nemico) in Siria; allora veniva foraggiata più o meno apertamente dai servizi segreti di quello stesso mondo civile che oggi gli dichiara guerra. E’ la real politik o, se preferite, il pragmatismo di chi dà per scontato che esistono popolazioni destinate ad essere sfruttate.

Dire che la violenza chiama violenza è estremamente banale, ma la realtà spesso lo è. L’Isis è anche il frutto dei disastri che il mondo civile ha provocato in Iraq; disastri giustificati dall’esigenza di cacciare Saddam Hussein, il quale però era a sua volta il frutto di altre scelte scellerate del mondo civile; scelte che ovviamente non tenevano in alcun conto la volontà delle popolazioni interessate. Se è certo che la violenza chiama violenza, è altrettanto certo che questa spirale si interromperà solo quando si deciderà che “bisogna smettere di fare qualcosa”. Quello che si è fatto finora non ha risolto i problemi, anzi li ha peggiorati. Cambiare strada non è nemmeno una scelta politica, è solo logica, è buon senso. Magari cominciando a fare quello che chiedono gli stessi iracheni.

Il mondo civile in cui abbiamo la fortuna di vivere non è effettivamente molto civile. Non è civile fare la guerra, ovunque questo avvenga; non è civile sfruttare le persone, anche se sono lontane da noi; non è civile fregarsene delle stragi, ma lo è ancora meno partecipare a quelle stragi; non è civile mantenere un alto tenore di vita saccheggiando le ricchezze di altri popoli.

E non è civile pensare che esista un mondo civile e uno incivile, soprattutto se i nostri comportamenti somigliano tanto a quelli che noi definiamo incivili.

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