Ogni fine è l’inizio di qualcos’altro

Non manca molto ormai. L’euro… No, l’euro non sta per finire, L’euro è già finito, e con lui un bel pezzo di storia europea; manca solo che chi di dovere ne prenda atto ufficialmente, ma la sua fine è già scritta nei fatti, oltre che nei testi di economia.

Oggi è un triste anniversario: venticinque anni fa a Maastricht veniva firmato il trattato che sanciva l’inizio della fine. Se fino a quel momento i paesi europei avevano costruito qualcosa, pur nella inevitabile ma, tutto sommato, accettabile imperfezione che certi processi implicano, era qualcosa di positivo. Certo, il progetto nasceva dal piano Marshall e si sosteneva per l’azione della NATO, operazioni con cui gli americani avevano di fatto colonizzato l’Europa, ma c’era del buono. Ed era tempo, a quasi cinquant’anni dalla fine della guerra, che si facesse un po’ di pulizia: eliminare alcune storture, avviare una politica indipendente dai disegni americani, diffondere le esperienze migliori dei nostri paesi. In due parole: essere Europa.

Hanno scelto un’altra strada. I leader politici europei hanno sposato le logiche d quella finanziarizzarione che negli USA già spingeva da tempo per avere mano libera, e che avrebbe portato nel 1999, con un parlamento a maggioranza repubblicana e Clinton presidente, all’abrogazione del Glass-Steagal act. Il denaro che crea il denaro (solo per alcuni, ovviamente), il sistema bancario al centro di tutto, la moneta unica come veicolo per andare avanti. Un’accelerazione senza precedenti che ha prodotto problemi già allora ampiamente descritti nei libri di testo di economia politica; problemi che i protagonisti di queste scelte ben conoscevano e che hanno deciso di ignorare.

Il 7 febbraio 1992, con la firma del trattato di Maastricht, è iniziata la fine della comunità europea e l’euro è diventato lo strumento con cui realizzarla. Dopo il 2007, con la crisi che dagli USA si è abbattuta in Europa, i problemi generati dal nuovo assetto si sono sommati a quelli preesistenti e sono emersi in una realtà che si è progressivamente deteriorata. Il resto lo hanno fatto i politici che, con voce quasi unanime e con il sostegno di gran parte degli economisti e della stampa, hanno negato la realtà e difeso lo status quo. Il loro.

Potevano fare diversamente? Certo. Riconoscendo gli errori commessi e intervenendo quando ancora era possibile. Oggi invece, con la situazione oramai insostenibile per gran parte della popolazione, e un governo USA che è passato dai messaggi indiretti di Obama alle minacce esplicite di Trump, l’abbandono dell’euro e del sistema su cui poggia è solo questione di (poco) tempo. E poiché dal 1992 l’UE è tutta concentrata sul funzionamento del sistema finanziario, ci sono ottime probabilità che l’intera struttura crolli. Ce ne faremo una ragione.

Cosa succederà durante e dopo questo passaggio è difficile da dire; dipende da come, e quindi da chi, verrà gestito. Ora che finalmente se ne può parlare (fino a pochissimo tempo fa era un’eresia anche solo ipotizzare l’abbandono dell’euro) si è scatenato il terrorismo di chi ha una posizione da difendere e cerca di scaricare sugli altri le proprie paure: scenari da incubo la cui infondatezza è evidente anche solo applicando un po’ di buon senso. Hanno paura e hanno ragione di averne, perché il giocattolo che finora gli ha dato potere sta per evaporare.

Non sarà una passeggiata ma è successo già tante altre volte: le unioni monetarie, che di solito si realizzano con le colonie e a danno di queste, così come gli accordi di cambio (qualcuno ricorda l’Argentina o lo SME?) non durano. Il loro scioglimento porta un ovvio periodo di instabilità, poi la situazione migliora e si va avanti. Sarà comunque un cambio che segnerà una svolta fondamentale, una di quelle occasioni in cui emergono energie che sembravano sopite. Noi che non contiamo niente possiamo solo tenere gli occhi aperti per vedere come agiscono gli attori e come cambiano posizione a seconda delle circostanze; e ovviamente per valutare le loro scelte.

Intanto un ringraziamento è doveroso verso chi ci ha precipitato in questo incubo, cominciando dai firmatari del trattato: Francesco Cossiga presidente della Repubblica, Gianni De Michelis ministro degli esteri e Guido Carli ministro del tesoro. Senza dimenticare Giulio Andreotti e gli altri ministri del governo allora in carica. Un ruolo altrettanto importante ha poi svolto Romano Prodi che, a capo del governo tra il 1996 e il 1998, ha reso possibile l’adozione dell’euro a partire dal 1999. Si sono poi distinti per aver ripetutamente negato la realtà evitando di affrontarla i governi degli ultimi anni, in particolare Silvio Berlusconi, Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Questo per ricordare solo le principali figure, che i ringraziamenti andrebbero estesi ai ministri dei diversi governi e ai responsabili che nei vari ruoli si sono succeduti alla Banca d’Italia e nelle altre istituzioni più o meno direttamente coinvolte. E mi fermo qui, ma la lista sarebbe ancora molto lunga.

Il comandante comunica che stiamo per effettuare un atterraggio di emergenza; i signori passeggeri sono pregati di allacciare le cinture di sicurezza.

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