Elezioni: l’importante non è partecipare ma vincere

Lo so, il titolo è poco sportivo, ma questo non è un meeting di atletica dove ci si impegna al massimo e che vinca il migliore. Siamo in guerra. Una guerra in cui la nostra economia è presa d’assalto dalle forze dei nostri vicini europei (quelli che in un impeto di ipocrisia definiamo “partner”); una guerra in cui i nostri generali lavorano per il nemico; una guerra che punta a depredare le nostre aziende, le nostre banche, il nostro patrimonio.

Perché? Ma per il motivo più antico del mondo: il profitto. A muovere le leve sono infatti i grandi poteri economici e l’Italia, dopo la riuscita dell’esperimento greco, rappresenta il vitello grasso. Non che sia una novità, è la legge del più forte: succede ovunque, da sempre, in Europa come nel resto del mondo. Un comportamento predatorio che può essere frenato solo da un soggetto che si ponga ad un livello più alto: lo Stato e le sue istituzioni politiche. Quindi…

Ecco il problema. Lo Stato non c’è più perché in Europa si è deciso di farne a meno, di cedere il controllo a soggetti terzi, lontani dallo sguardo dei cittadini ma vicini, molto vicini, a quello dei poteri economici. Anzi, per essere precisi, in Europa si è deciso ma solo in alcuni Stati si è fatto. Non in tutti. Ci sono paesi che, a dispetto degli accordi sottoscritti, hanno sempre fatto il proprio comodo, continuando a difendere i propri interessi a discapito degli altri, salvo poi fare la voce grossa con gli altri e accusandoli di violare quelle stesse norme che loro ignorano bellamente.

E l’Italia? Ecco, l’Italia è sempre stata tra coloro che hanno rispettato il più possibile le norme assurde che la obbligavano a cedere il controllo, a spogliarsi delle sue prerogative. Il risultato è quello che vediamo: le aziende chiudono o vengono acquisite da nuovi padroni stranieri, i cittadini perdono il lavoro, la povertà aumenta, il disagio sociale esplode e genera autentici mostri. Da quando è entrato in vigore il trattato di Maastricht, a cui i nostri politici ci hanno incatenato raccontandoci una favola, le cose sono andate sempre peggiorando; e dalla fine del 2011, quando con un colpo di stato si è fatto cadere il pur pessimo governo Berlusconi, abbiamo imboccato un vero e proprio precipizio.

Il 4 marzo si voterà per il rinnovo del Parlamento e di tutto questo, che dovrebbe essere il tema centrale del dibattito, non c’è quasi traccia; ringraziamo gli organi di stampa per le continue distrazioni che ci offrono. Purtroppo questo è l’unico tema di cui ha senso parlare, perché finché non si risolve questo non si può affrontare niente altro. “Non ci sono i soldi” è il mantra che ci viene ripetuto da anni per giustificare la progressiva demolizione dello stato sociale. Ed è vero: i soldi non ci sono perché si è scelto di non averli, perché lo Stato ha abdicato alle sue funzioni, perché da cittadini che eravamo siamo stati trasformati in clienti.

Come ho già detto quindi, il 4 marzo voterò per chi mi dà le migliori garanzie di poter uscire dalla gabbia dell’UE. Se ci si riesce, allora possiamo parlare di qualcos’altro, altrimenti qualsiasi discussione è inutile.

Senza quindi perdere tempo con chi è più o meno apertamente fedele (del resto si tratta di una religione) al progetto dell’Unione europea, concentriamoci su chi ha preso una posizione chiara ed esplicitamente contraria a tale progetto. Se fossimo in tempi normali probabilmente voterei per il Partito comunista o per Potere al popolo; ma non viviamo tempi normali, siamo in guerra. E in guerra si deve vincere per non soccombere. Il problema di queste due liste (comune a molte altre) è che non possono vincere. Per ottenere il consenso necessario serve tempo, servono soldi, serve un potere mediatico; e non hanno niente di tutto ciò. Mi dispiace dirlo, ma un voto di questo tipo sarebbe puramente simbolico.

Quindi il mio voto andrà alla Lega, l’unico partito che, con una posizione condivisibile sulla questione europea, è sufficientemente grande e strutturato da avere delle possibilità concrete di vittoria. Certo, potrebbe non vincere, ritrovarsi in condizione di non poter agire come vuole, perfino tradire le promesse fatte; l’alternativa è sempre la dittatura UE, per cui, piuttosto che stare a guardare, preferisco rischiare di dare il mio voto a chi non se lo merita. Non sarebbe il primo né l’ultimo errore della mia vita.

Ci sono cose che non condivido, non sono puri sovranisti (come dicono quelli che si preoccupano di appiccicare etichette ovunque), ci sono persone che non mi piacciono, un alleato come Berlusconi che fa ribrezzo. Una volta liberi potremo discutere di questo e di molto altro, ma ora è l’unico mezzo per uscire dalla gabbia. Del resto, se la casa va a fuoco, non chiedo i documenti a chi mi porta l’acqua.

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