Educazione civica

Il TAR del Lazio ha stabilito che i gestori di locali pubblici non possono e non devono occuparsi di far rispettare la legge, perché non è compito loro ma delle autorità preposte. Tradotto in pratica significa che decade l’obbligo di vigilare sul rispetto della norma che proibisce di fumare nei locali pubblici; gli esercenti devono esporre il cartello che indica il divieto di fumo, ma niente più. Tralasciando tutte le polemiche che, come al solito, si concentrano su aspetti marginali quando non addirittura fuorvianti, cerchiamo di concentrarci sui due punti fondamentali.
Il primo riguarda il merito della decisione presa dal TAR, e ritengo che non si possa fare altro che condividerla: non si può chiedere ad un barista di fare il vigile, tra l’altro a danno dei suoi stessi clienti. Il barista deve fare il barista, il vigile deve fare il vigile; pretendere il contrario significa caricare le persone di responsabilità che non gli competono e per le quali non sono preparate.
Certo, il barista ha comunque delle responsabilità; in primo luogo quella di comune cittadino che deve collaborare affinché le leggi vengano rispettate da tutti, poi quella di gestore di un locale pubblico, che lo coinvolge più direttamente in ciò che avviene all’interno. Purtroppo mi sembra che la legge entrata in vigore a gennaio non chiarisca adeguatamente questi aspetti, ma si limiti a scaricare sul gestore del locale l’onere di vigilare e reprimere gli illeciti.
Stando così le cose ritengo giusta la sentenza del TAR, e spero che chi di dovere provveda a chiarire quali devono essere le diverse responsabilità, nell’ambito dei ruoli di ciascuno.

Il secondo punto riguarda invece l’aspetto sociale di questa legge.
Se una persona vicino a me prende una siringa e si fa una dose di eroina, io posso anche esserne sconvolto, ma non ne ho alcun danno fisico; ben diverso sarebbe se io fossi costretto a drogarmi insieme a lui. Questo per fortuna non succede, nonostante non esista alcuna legge che vieti espressamente di iniettare droga a qualcuno contro la sua volontà; neanche succede di vedere in un ristorante qualcuno che si fa una dose dopo il caffè.
Tutto questo invece succede regolarmente con il tabacco. Ovviamente non c’è paragone tra l’eroina e il tabacco ma, a parte due o tre imbecilli che si ostinano a negarne gli effetti nocivi, è appurato che il fumo fa male sia a chi fuma, sia a chi sta vicino a chi fuma. Eppure quando si chiede ad un fumatore di allontanarsi o di smettere, spesso si viene trattati a male parole, accusati di voler ghettizzare i fumatori, e via cianciando di libertà e diritti.
Sul fumo non è in ballo alcun diritto, né alcuna libertà, ma qualcosa di molto più importante: l’educazione civica, cioè la capacità di comportarsi correttamente nei nostri rapporti con gli altri.
Che persone siamo, se abbiamo bisogno di una legge che ci imponga di non avvelenare gli altri? Tra gente civile una cosa del genere è sottintesa, è talmente ovvia che non c’è neanche bisogno dei cartelli. In Italia no.
Da gennaio, con l’entrata in vigore della legge, le cose sono effettivamente cambiate; nei locali si respira, la gente fuma meno, e quando lo vuole fare si allontana. Nonostante le premesse c’è stato un risultato nettamente positivo; la conclusione che vorrei trarne è che si può fare, si può essere persone civili. Basta volerlo.
Il guaio è che questa sentenza, nonostante il giudizio espresso, rischia di riportare la situazione allo stato precedente.

Ai fumatori la scelta: proseguire nel comportamento virtuoso degli ultimi mesi e dimostrare che sono persone civili e degne di rispetto, oppure riprendere le antiche pessime abitudini rinunciando ad ogni pretesa di civiltà.
Voglio essere ottimista e sperare in una dimostrazione di senso civico: si può e si deve fare. L’educazione e la responsabilità non devono aver bisogno di leggi per essere praticate, devono essere insite nella coscienza di ciascuno. Se questo non è vero non possiamo definirci un popolo civile.

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