E io mi candido a Papa

Ci voleva davvero. Già si vedevano i primi segnali: con il caldo torrido dell’estate, la politica cominciava ad arenarsi. Chi ha voglia di discutere, polemizzare, contestare, quando il termometro supera i 30 gradi? Succede tutti gli anni, e anche quest’anno ci si stava avviando a trascorrere un mese e poco più di soporifero rilassamento, lontani dalla politica e da tutto ciò che la riguarda.
E invece no! Come un temporale estivo in piena regola ecco che ti arriva Beppe Grillo e si candida alla guida del partito democratico. Patatrac!
Fa bene; fa male; è pazzo; è un genio; è solo una provocazione; finalmente entra in politica; non può farlo…
Al di là di tutto, c’è da dire che per qualche giorno ci sarà di che parlare, e forse per un po’ ci dimenticheremo dei 30 gradi e di qualcuna delle nostre tante disgrazie. Ma siccome i temporali estivi durano ben poco, sarà meglio prepararsi al caldo successivo; che purtroppo sarà ancora più afoso del precedente. Del resto era più che ovvio che non lo avrebbero fatto passare. Perché, diciamoci la verità, da questa storia emerge un solo fatto certo: i dirigenti del PD sono dei deficienti. Nel senso letterale del termine: hanno un deficit, gli manca qualcosa, anzi, ben più di qualcosa.
E’ ovvio che questa candidatura sia una provocazione; del resto Grillo è un comico, quando vuole anche piuttosto cattivo, quindi il tutto rientra perfettamente nel suo ruolo. Se il suo ruolo fosse ancora quello del comico. Grillo però ha smesso da qualche anno di fare il comico, e si dedica invece alla politica (nel senso più ampio e più nobile del termine), fino al punto da aver creato un movimento con tanto di simbolo e di programma. Niente di male, anzi ci vorrebbero più persone che fanno politica; quello che io contesto a Grillo non è il fatto in sé di fare politica, ma il modo in cui la fa. Punti di vista.
Il guaio è che alla luce di questo nuovo ruolo che lui si è costruito, la candidatura a segretario del PD assume tutt’altro significato; un significato che è incoerente con tutta la sua storia, con le battaglie che porta avanti, con quello in cui crede la gente che ancora lo segue. E’ come se un bambino ormai troppo cresciuto pretendesse di usare ancora il seggiolone: non può, non ci entra, e se insiste lo rompe.

Nel PD nessuno (perlomeno tra quelli che contano) ha capito l’errore di Grillo; e nessuno ha pensato di trarne un vantaggio. Se da quelle parti ci fosse qualcuno con qualche neurone ancora in vita, capirebbe che una simile candidatura porterebbe persone nuove, consenso, voti e vivacità all’interno del partito; tutte cose di cui il partito ha un gran bisogno. Inoltre metterebbero Grillo, che da sempre li attacca ferocemente, con le spalle al muro, costringendolo ad un confronto veramente democratico.
In fondo cosa potrebbe succedere? Potrebbe vincere. In tal caso lo vorrei proprio vedere Grillo che accetta, rinnegando una volta per tutte (e senza potersi difendere con la storia della provocazione) tutto quello che ha detto e fatto negli ultimi anni: sarebbe un suicidio. Anche perché tutti i capetti del PD non dovrebbero fare altro che lasciarlo lavorare, martellandolo ai fianchi un po’ alla volta e aspettando l’inevitabile crollo: sarebbe un massacro.
Grillo ne uscirebbe distrutto e il PD, a testa alta, potrebbe vantarsi di essere veramente democratico, di averlo lasciato provare, di non aver paura di nessuno.
Se invece vincesse e rinunciasse alla nomina, tutto finirebbe ancor prima di cominciare: Grillo si risparmierebbe il purgatorio ma il PD farebbe comunque un figurone.

Se poi Grillo perdesse… Allora, fermo restando il figurone del PD, sarebbe veramente una pietra tombale messa sopra al malcapitato. Senza contare poi che Grillo inevitabilmente si tira dietro Di Pietro e il suo partito, ormai accomunati in un destino almeno in parte coincidente. Per il PD sarebbero due piccioni con una fava.

Dovrebbero mettergli il tappeto rosso. Invece no. Chiudono le porte e gli impediscono di partecipare attaccandosi a cavilli ridicoli; e la chiamano serietà. Io lo chiamo autolesionismo, incapacità strategica e tattica, paura fottuta. Che deficienti!

E affinché la figuraccia che stanno facendo sia assoluta, non si preoccupano neanche dei precedenti.
Nel 1994 Berlusconi si candida alle elezioni politiche, fregandosene dell’articolo 10 della legge 361 del 1957 che recita: “non sono eleggibili […] coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica, che importino l’obbligo di adempimenti specifici, l’osservanza di norme generali o particolari protettive del pubblico interesse, alle quali la concessione o la autorizzazione è sottoposta”. Sì, la famosa legge sul conflitto di interessi che in tanti chiedono a gran voce, ma che in Italia già c’è, da oltre cinquant’anni.
In base a questa legge Berlusconi non poteva essere eletto, ma la giunta per le elezioni, nella seduta del 20/07/1994, stabilì che andava bene lo stesso; questo ovviamente, con l’unica eccezione del deputato Luigi Saraceni che si oppose, grazie il supporto del PCI-PDS-DS-PD (o comunque si chiamasse allora). La cosa si ripeté dopo le successive elezioni, nella seduta del 17/10/1996, con l’aggravante che in questa seconda occasione la maggioranza era di sinistra.

Quindi, ricapitolando, per Grillo che chiede di correre per la segreteria del PD, si sollevano tutti i cavilli possibili e gli si sbatte la porta in faccia; per Berlusconi che entra in Parlamento abusivamente si può anche calpestare una legge dello stato.
Questo la dice lunga, ma non è una sorpresa, su quali siano le priorità ed i veri obiettivi del PD.

La verità è che sono invidioso: se parla Grillo tutti si agitano, se parlo io non mi si fila nessuno. Quindi ho deciso: mi candido a Papa.
Sì, voglio fare il Papa; ci sono tante di quelle cose da fare in Vaticano, che di sicuro non mi annoierei. E poi non sarebbe mica per sempre; certo, lo so che di solito è un incarico a vita, ma io ho anche altre aspirazioni, e poi non mi piacerebbe pensare che quello che sto facendo è l’ultima cosa della mia vita. Per lo stesso motivo, non voglio che qualcuno debba morire per lasciarmi il posto, chiedo quindi cortesemente al signor Ratzinger di dimettersi.
Ci sono tante cose che vorrei fare: permettere il sacerdozio alle donne, cancellare il divieto di sposarsi per i sacerdoti, abolire la sacra rota, rendere pubblici i bilanci dello IOR, devolvere tutto l’8 per mille ad opere di bene, rinunciare ai finanziamenti dello stato italiano, riconoscere pari dignità alle altre religioni, mandare Benny dal barbiere.
Infine detterei una norma, col rango di dogma, che dica: “ogni volta che il Papa, un cardinale o un alto prelato parlano in pubblico, il loro discorso deve concludersi con le parole [ma potrei sbagliare] (*)”.
Poi mi dimetterei.
Fate attenzione in Vaticano: io non faccio il comico, se mi chiamate, accetto.

(*) Questa non è mia, ma di Daniele Luttazzi

2 thoughts on “E io mi candido a Papa

  1. Potrebbe vincere. In tal caso … tutti i capetti del PD non dovrebbero fare altro che lasciarlo lavorare, martellandolo ai fianchi un po’ alla volta e aspettando l’inevitabile crollo: sarebbe un massacro.
    Ma che prospettiva di cambiamento è?
    E’ questo il PD che vuoi?
    Oppure un Partito veramente Democratico: se per ipotesi assurda avesse vinto Grillo (se per assurdo dalle primarie scaturisse che gli aderenti al PD lo volessero come guida) perché tutto il partito non dovrebbe lavorare nella stessa direzione?

    • Ovviamente no, non è questo il PD che voglio. Questo è il PD che c’è; un partito che non vuole cambiare perchè sta benissimo così.
      Nell’ipotesi (fantascentifica) che Grillo prendesse la guida del partito, si ritroverebbe tutti i capetti contro, e se deve essere democratico non può cacciarli via.
      A parte il fatto che io con il PD non c’entro niente…