Di debiti, investimenti e filantropia

C’è un tema particolarmente di attualità che, a dispetto della frequenza con cui viene affrontato, non viene colto nella sua essenza: parlo degli investimenti diretti esteri. Quelli per cui tutti i nostri politici, e non solo, si riempiono la bocca con frasi del tipo “dobbiamo attirare gli investimenti esteri in Italia per far ripartire l’economia”. Frasi che vengono ripetute ormai ossessivamente da ministri, parlamentari, giornalisti, imprenditori e perfino qualche economista; è ovvio che con un’orchestra di questa portata, qualunque persona faccia poi presto a convincersi della bontà dell’affermazione e inizi a sua volta a ripetere il mantra senza peraltro avere idea di cosa significhi.

Gli investimenti diretti esteri sono fondamentalmente di due tipi: creazione di nuove imprese e acquisizione di imprese esistenti. Nel primo caso l’impresa costruita con i capitali dell’investitore estero avrà effetti positivi nella zona, portando nuova occupazione, nuove competenze e, nella migliore delle ipotesi, favorendo anche la nascita di un indotto. Per contro, questo tipo di investimenti richiede di solito mano d’opera di basso profilo, mentre il management viene “importato” insieme ai capitali. La destinazione più comune per queste iniziative sono i paesi in via di sviluppo, che infatti offrono agli investitori esteri condizioni vantaggiose dal punto di vista fiscale, burocratico e nei rapporti con i lavoratori.

Nell’altro caso il capitale estero si limita a comprare un’azienda esistente e, nel migliore dei casi, non cambia nient’altro che la proprietà. Nessun nuovo posto di lavoro, nessuna competenza aggiuntiva, nessun indotto da sviluppare. In realtà questo si verifica piuttosto di rado. Solitamente chi acquista un’azienda estera esistente riorganizza, ottimizza, crea sinergie, fa economie di scala, produce efficienza: termini eleganti che nella realtà si traducono in tagli al personale e ai relativi stipendi, chiusura di stabilimenti, sostituzione del management (che, come nel caso precedente, deve godere della fiducia del proprietario), sostituzione dei fornitori con conseguenti danni all’indotto.

A questo punto lo spacciatore di bugie dice: “ma non possono fare diversamente, perché le aziende in Italia sono gestite così male che sono dei carrozzoni inutili”. Ah! Ma se sono dei carrozzoni inutili, per quale motivo un riccone straniero dovrebbe buttarci i suoi soldi? I casi sono due: o i capitalisti stranieri sono degli idioti oppure le nostre aziende non sono dei carrozzoni inutili.

E a giudicare dal numero e dalla qualità delle aziende italiane che negli anni sono state acquisite dagli stranieri, sembra difficile sostenere che gli acquirenti siano degli idioti: Acciaierie Lucchini, Algida, Belfe, Benelli, Bertolli, BNL, Bottega Veneta, Brioni, Bulgari, Carapelli, Carlo Erba, Chianti Gallo Nero Docg, Coccinelle, Cucine Berloni, Dalmine, Ducati, Edison, Emilio Pucci, Eridania, Eskigel, Fendi, Ferretti, Fiat Avio, Fiat Ferroviaria, Fiorucci, Galbani, Gancia, Lario, Loquendo, Loro Piana, Mandarina Duck, Osvaldo Cariboni, Parmalat, Pernigotti, Peroni, Pomellato, Richard Ginori, Saeco, Safilo, Sasso, Scotti Oro, Sixty, Sps Italiana Pack Systems, Star, Valentino, Wind, sono solo alcuni nomi di una lista molto più lunga.

In realtà queste operazioni si risolvono il più delle volte nella trasformazione di un’azienda concorrente da problema a fonte di profitto. Fatti salvi i casi in cui, come nella vicenda Husqvarna, oltre all’acquisizione di marchi, competenze, tecnologie, prodotti, mercati, si procede poi allo smantellamento totale.

Un discorso a parte meritano le tasse. Un’azienda italiana paga le tasse in Italia secondo la legislazione italiana. Un’azienda italiana di proprietà estera… dipende. Di fatto giocando con gli intrecci aziendali internazionali ci sono mille modi per spostare il reddito e decidere in quale paese pagare le tasse. Va da sé che, quale che sia il tipo di investimento, il paese interessato ne riceve un danno.

Detto che in Italia la maggior parte degli investimenti esteri è del secondo tipo (cioè acquisizione di aziende esistenti), manca ancora un elemento fondamentale, sistematicamente omesso da chi sostiene queste operazioni, che dà un senso concreto a tutto il discorso. Perché un capitalista straniero dovrebbe comprare un’azienda italiana? La risposta è fin troppo banale: per guadagnare di più. Ma se lui guadagna di più, questo maggior guadagno da qualche parte deve uscire: chi paga?

Qui casca l’asino (con rispetto parlando per la nobile bestia), perché coloro che inneggiano all’investitore estero dimenticano, o fingono di dimenticare, che chi porta in Italia i suoi soldi non lo fa per filantropia ma per una ovvia, seppure legittima, ricerca di profitto.

Cercare un profitto significa pagare 100 oggi, per ottenere 120 domani: questo significa che i soldi che oggi arrivano in Italia domani se ne ritorneranno da dove sono venuti con l’aggiunta dei relativi interessi. Per questo elementare motivo gli investimenti esteri nella bilancia dei pagamenti rappresentano un debito; un debito che noi (intesi come paese nel suo complesso) siamo poi tenuti a restituire.

Con questo non voglio dire che gli investimenti esteri siano necessariamente un male. Sicuramente gli investimenti che creano nuove aziende sono migliori delle acquisizioni ma, come ho detto, in Italia rappresentano una minoranza del totale. Del resto il meccanismo funziona anche al contrario, cioè con aziende italiane che investono all’estero. Tutto si regge quindi in modo accettabile, incluse le acquisizioni subite, finché c’è un equilibrio nei flussi in ingresso e in uscita, finché le operazioni vengono trattate in modo sufficientemente omogeneo dalle istituzioni dei vari paesi.

Invece succede, giusto per fare un esempio, che quando nel 2006 l’ENEL tentò di acquisire la francese Suez, il governo francese si mise in mezzo e bloccò tutto; le istituzioni europee, sempre sollecite quando c’è da bastonare qualcun altro, storsero il naso ma poi lasciarono fare.

Chi in Italia tenta di difendere l’interesse nazionale viene additato come un nazionalista, un provinciale, uno che non sa stare nel mondo del 21° secolo; se lo fanno gli altri invece va tutto bene. Anche questo rientra in quello strano fenomeno del razzismo al contrario degli italiani.

Il problema degli investimenti esteri in Italia è che sono sbilanciati nei confronti degli altri paesi avanzati e che le nostre istituzioni, al contrario di ciò che avviene all’estero, non fanno nulla per difendere le nostre aziende. Il risultato è che stiamo perdendo il nostro patrimonio industriale ed economico, condannandoci ad un ruolo di subalternità nei confronti del resto d’Europa. Con una serie di conseguenze non secondarie tra cui l’aumento del debito estero (privato e per conseguenza anche pubblico), l’aumento della disoccupazione, la riduzione dei diritti e dei salari per i lavoratori.

Nella situazione di oggi, chi sostiene che bisogna attirare i capitali esteri in Italia, contribuisce ad affossare sempre più il nostro paese, e se non lo fa per mala fede si tratta di ignoranza. Se invece a farlo sono rappresentanti delle istituzioni pubbliche si tratta di tradimento.

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