Della democrazia diretta e altre stupidate

Pausa pranzo. Chiacchiero con Max di Beppe Grillo e critico il fatto che non abbia una posizione sull’Euro: “Nella situazione attuale una forza politica che non abbia una posizione chiara sull’Euro è come se non esistesse”.
Max: “Ma è giusto che non ce l’abbia. Loro sono per la democrazia diretta, per cui saranno poi i cittadini a scegliere la strada da seguire, sull’Euro come su tutto il resto”.
Ecco, ci risiamo, ancora l’idea secondo cui i politici eletti non devono avere idee e progetti propri ma eseguire le direttive che di volta in volta gli arrivano dai cittadini. Un’idea che può essere positiva se applicata con intelligenza e misura; ma che non può riguardare, secondo me, i principi fondamentali della propria azione politica e le questioni più rilevanti. Come l’Euro, appunto.
Su una questione così importante, come è oggi l’Euro, non puoi presentarti alle elezioni e dire che non sai cosa farai perché poi saranno i cittadini a decidere. Lo puoi fare su molti altri argomenti, ma su questo devi avere un’idea chiara.
La replica di Max può sembrare scontata, ma confesso che mi ha preso un po’ alla sprovvista: “Se applichi la democrazia diretta, questo è il metodo, non ci sono vie di mezzo; diversamente è solo una presa in giro. Se ti presenti con idee tue già definite, allora sei come tutti gli altri partiti”.
Va bene, ma allora perché Grillo ha delle posizioni già ben definite sui temi ambientali? E’ in contraddizione con la democrazia diretta che predica.
Infatti quello è un errore. Non dovrebbe avere nemmeno quelle di idee, non è coerente. Per applicare la democrazia diretta, essere realmente innovativo e distinguersi dagli altri partiti, dovrebbe essere un foglio bianco. Presentarsi alle elezioni con un unico punto nel programma: applicare la democrazia diretta.
Una cosa che mi piace di Max è che non si accontenta mai delle mezze misure; se le cose si fanno, vanno fatte esclusivamente nel migliore dei modi. Eppure qualcosa non funziona; torniamo al lavoro ma la cosa continua a frullarmi in testa.
Ci ho riflettuto un bel po’, e forse ho capito cosa non va.
Ipotizziamo che un movimento (per carità, non chiamatelo “partito”) si presenti alle elezioni con un programma di un solo punto: “Applicare la democrazia diretta”. Chiaro, coerente e sufficiente ad affrontare qualsiasi questione si dovesse presentare. Sull’Euro come sulla lunghezza della coda dei cani (sì, il Parlamento si occupa anche di questo) si chiederà ai cittadini cosa pensano, e il rappresentante che è stato eletto voterà conformemente alla maggioranza di chi, di volta in volta, si esprime partecipando alla consultazione; anche se lui non è d’accordo, ovviamente. Estremamente democratico, non c’è dubbio.
Semplice? Per niente, ma proviamo ad andare oltre.
Tralasciamo il fatto che i rappresentanti politici non contano più una cippa, che per certi versi potrebbe perfino essere un bene. Tralasciamo anche il fatto che lo stesso Parlamento non serve più e potrebbe essere sostituito da un gruppetto di impiegati occupati a gestire le consultazioni popolari, verificarne i risultati e tradurli in legge. Tralasciamo i problemi di sicurezza e tecnici di un simile sistema, in un paese dove molte zone ancora non hanno l’ADSL. Facciamo pure finta che tutti i cittadini possano essere adeguatamente informati sugli argomenti e che siano in grado di esprimere il proprio voto con strumenti (la matita copiativa e la scheda di carta sono ovviamente improponibili) che in molti casi non hanno mai visto in vita loro.
Dato ipoteticamente per risolto tutto questo, la conclusione a cui giungo è una sola: questo sistema può funzionare solo se viene applicato globalmente all’intero sistema politico nazionale. Cioè senza partiti, senza movimenti, senza politici, senza Parlamento e, soprattutto, senza elezioni. Paradossalmente la democrazia diretta fa a meno di quello che fino a ieri consideravamo il momento più alto della partecipazione democratica. Non serve più, perché in realtà il tutto si trasforma in un’elezione continua, non più sulle persone ma sugli argomenti.
Bello? Brutto? Non lo so.

Di sicuro però non può funzionare se viene applicata da una singola forza politica nell’ambito del sistema attuale. Perché? Il nodo da sciogliere è quello di selezionare l’elettorato: alle singole consultazioni parteciperanno solo gli aderenti al movimento o chiunque potrà dire la sua?
Se la scelta fosse quella di aprire la consultazione a tutti, soluzione indiscutibilmente molto democratica, il risultato sarebbe una partecipazione di persone di qualsiasi orientamento, inclusi gli aderenti alle altre forze politiche. In linea teorica quindi, potendo partecipare l’intera cittadinanza, si avrebbe l’effetto “campione statistico”. Un gruppo di persone vota e prende una decisione; e poiché il gruppo non è selezionato a monte, il risultato corrisponderà, con le dovute approssimazioni, a quello che si sarebbe ottenuto facendo votare l’intera popolazione.
Ma se il voto dei rappresentanti di questa forza politica viene determinato in questo modo, esso rappresenta l’espressione dell’intera popolazione, e quindi risulta neutro, cioè irrilevante. E’ come se dopo aver calcolato la media di una serie di numeri, aggiungo alla serie il valore della media stessa e poi ricalcolo; il risultato non cambia.
Se invece si consente il voto ai soli aderenti, il voto sarà effettivamente l’espressione del loro pensiero. Ma in questo caso il problema è a monte: chi vota per un movimento con la democrazia diretta come unico punto programmatico?
Un programma simile non è evidentemente in grado di selezionare un insieme più o meno omogeneo di persone che condividono principi, idee e progetti; raccoglierà quindi consensi un po’ ovunque, a prescindere dalla collocazione politica di ciascuno. Il risultato sarà, ancora una volta, un campione variegato, le cui idee politiche corrisponderanno nella media con quelle dell’intera popolazione. Succederà cioè la stessa cosa del caso precedente, solo con un campione più piccolo.
Il risultato, in entrambi i casi, è la sostanziale irrilevanza di una simile forza politica.

La democrazia diretta è quindi una bufala? Non può essere applicata all’intero sistema politico (ma chi vuole sbizzarrirsi in sogni di fantapolitica è ovviamente libero di farlo) e non ha senso applicata da un singolo gruppo. Io però penso che abbia un senso se applicata con razionalità.
Non è pensabile utilizzarla su qualsiasi questione, ma può essere applicata su temi specifici, in ambiti limitati, magari a livello consultivo e di indirizzo più che esecutivo. Sarebbe un ottimo sistema per aumentare il coinvolgimento e la partecipazione dei cittadini alla vita politica, e spingerebbe sempre più persone ad informarsi senza accontentarsi dei titoli dei telegiornali.

La democrazia diretta, applicata con razionalità, rappresenterebbe un momento di crescita importante per la società e non priverebbe le forze politiche della responsabilità di dare indicazioni precise sui temi principali. Quindi la mia domanda iniziale rimane valida: “Perché Grillo non ha una posizione sull’Euro?

2 thoughts on “Della democrazia diretta e altre stupidate

  1. Non voglio fare l’avvocato di nessuno, ma mi pareva abbastanza chiaro dai suoi post che personalmente fosse per l’uscita dell’Italia dalla zona euro.

    • Io sì, Grillo non si sa.
      E per uno che si candida ad essere la terza forza politica del paese mi sembra una mancanza di rilievo.