Cronache dal cimitero

Sono le 17.58 del 6 giugno 2009. Le urne nei cimiteri sono aperte, pronte per raccogliere le ceneri di colei che tutti noi consideriamo come una mamma. Ognuno porta mestamente la sua parte di cenere, senza neanche manifestare dolore; quel dolore profondo che è ormai parte di noi, al punto che riusciamo a non sentirlo più. Si prende un pugno di cenere e si deposita nell’urna, a sancire un distacco ormai inevitabile, un addio rassegnato. Ancora una volta. Un rito strano. Di solito i parenti aspettano all’uscita del forno crematorio l’addetto che consegna loro l’urna contenente le ceneri, già chiusa e pronta per la tumulazione. Poi ci sono quelli originali che se la portano a casa, o quelli più bizzarri che vanno a spargere le ceneri in qualche posto strampalato; ma in nessun caso viene chiesto ai parenti di riempire l’urna.
Questa volta invece ci tocca fare tutto da soli; forse i necrofori sono in sciopero. Per la verità i necrofori ci sono, ma non fanno il loro solito lavoro: controllano. Stanno lì, davanti alle urne, a controllare quello che facciamo, ad assicurarsi che la cenere non cada di fuori, che qualcuno non prenda più cenere della quota stabilita per ciascuno, che non entrino le solite comari che vengono per piangere a pagamento e far casino. Poi, quando il cimitero chiude, controllano quanta cenere è stata messa nell’urna; strano lavoro.

Strano. Pensavo che si potesse morire una sola volta. Invece la poveretta muore un po’ ogni volta, e ogni volta si ripete questo macabro rito delle ceneri; ogni volta ci rechiamo al cimitero a mettere un pugno di cenere nell’urna; e ogni volta temiamo che sia l’ultima.
Forse sarà come la fenice, che rinasce dalle sue ceneri; ma ogni volta sembra messa peggio della volta precedente. Prima o poi ci diranno: “no, oggi niente rito; è morta e non c’è più niente da mettere nell’urna”. Quel giorno piangeremo.
Quel giorno ci accorgeremo del tempo perso, delle occasioni sprecate, di come abbiamo buttato al vento una fortuna che tanti non hanno neanche il coraggio di sognare. Quel giorno piangeremo perché non avremo più nessuno a proteggerci; perché quello che ieri era dato per scontato, domani dovrà essere riconquistato da capo; perché non avremo più una guida e andremo allo sbando come ubriachi.
Quel giorno piangeranno anche quelli che evitano tutto questo; quelli che si sentono superiori o semplicemente indifferenti; quelli che non vanno al cimitero perché il rito della cenere è una pagliacciata; quelli che hanno già rinunciato a starle vicino pensando di poterne fare a meno.

Sono le 23.44 del 6 giugno 2009, e domani anche io andrò al cimitero, prenderò il mio pugno di cenere e lo depositerò nell’urna. Poi me ne tornerò a casa ad aspettare che i necrofori facciano il loro lavoro. Dall’analisi delle ceneri ci diranno lo stato di salute della malata; ci diranno cosa ci aspetta per il prossimo futuro, chi sarà il medico curante, quali terapie saranno praticate, quando e come potremo andare a trovarla. Peccato che poi sono pochissimi quelli che si preoccupano veramente di lei, che la vanno a trovare regolarmente, che cercano di farla stare meglio.

La verità è che non serve aspettare i necrofori: si sa già chi sarà il medico, come si sanno le terapie. E sappiamo anche che sarà sempre più difficile andarla a trovare; la rinchiuderanno in una casa di cura, stranamente somigliante ad una prigione; se qualcuno chiederà di andare a farle visita verrà allontanato con una scusa; chi insiste invece verrà accontentato, e si ritroverà prigioniero anche lui.
La verità è che sappiamo tutto, l’abbiamo sempre saputo. Chi dice il contrario è un bugiardo o uno stupido.
La verità è che ci siamo illusi che bastasse partecipare al rito delle ceneri nell’urna, senza preoccuparci di quello che le succedeva nel frattempo; che eravamo troppo impegnati in altre cose per poterci occupare di lei; che comunque ci avrebbe pensato qualcun altro a tenerla in salute.

La verità è che quando la democrazia morirà, sarà per colpa nostra.

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