Bugie con le gambe lunghe (3)

Concludo le riflessioni sul libro di Elvio Dal Bosco “La leggenda della globalizzazione”, parlando di un argomento che sta a cuore a tutti: il lavoro.
La globalizzazione e la conseguente concorrenza dei paesi in via di sviluppo (concetti già sbugiardati nella prima e nella seconda parte di queste riflessioni) determinano l’esigenza che il lavoro diventi sempre più flessibile; solo in questo modo le aziende occidentali potranno adattarsi velocemente alle nuove situazioni di mercato, mantenersi competitive, e garantire a tutti occupazione e benessere.
Pinocchio è più credibile. La propaganda neoliberista, nell’esaltazione del modello statunitense, presenta una situazione di bassa disoccupazione e di alto tasso di attività; in effetti nel 1999 la disoccupazione negli USA risultava del 4,2%, più bassa di qualsiasi paese europeo con l’eccezione dell’Olanda.
Come spesso succede però, i numeri nascondono situazioni ben più complesse. Per esempio che la grande maggioranza dei nuovi posti di lavoro è stata creata in attività del settore terziario con bassi salari e senza diritto a ferie, pensione e assicurazione medica. Dello stesso tono il commento di un dirigente del partito democristiano tedesco “Nel suo ultimo discorso Bill Clinton ha detto di aver creato 700.000 nuovi posti di lavoro; il giorno dopo si è fatta viva una persona da Detroit per dire che egli ne aveva quattro di posti, perché di un solo lavoro non poteva vivere. La conseguenza è che in America si disgregano le famiglie, scompare l’educazione, e si spezzano le relazioni sociali”.
E’ evidente quindi che non basta parlare di occupazione in termini quantitativi, ma occorre analizzare anche gli aspetti qualitativi.

In ogni caso, anche i semplici numeri non possono essere presi per buoni a scatola chiusa: tanto per fare un esempio, negli USA viene considerato occupato anche chi lavora solo un’ora alla settimana. Non solo, ma nei due paesi in cui la restaurazione neoliberista ha celebrato i suoi massimi trionfi si è fatto anche ricorso a trucchi statistici: negli Stati Uniti, fra i dati del censimento e quelli del mercato del lavoro vi è una differenza in meno di circa sei milioni di persone fra i 25 e i 60 anni; in Gran Bretagna sono stati esclusi dal numero dei senza lavoro le persone in età superiore ai 55 anni e i disoccupati di lunga durata.
La conseguenza principale di tutto questo si chiama “flessibilità”, un termine con un’accezione ostentatamente positiva, che ha il compito di nascondere la realtà: il lavoro sta diventando sempre più precario, e questo mina gravemente i principi di fondo della società.

Eppure ci sarebbero gli elementi per pensare ragionevolmente che è possibile migliorare la situazione. E’ sufficiente volerlo.
Per l’Italia l’ISTAT ha calcolato che nel 1999 i lavoratori irregolari erano pari al 15% della forza lavoro ufficiale. Se a questo dato affianchiamo quello dei disoccupati che nello stesso anno erano l’11,1%, la conclusione non può essere che questa: in Italia non solo c’è la piena occupazione “potenziale”, ma è addirittura insufficiente il numero dei lavoratori. Questo almeno in teoria, perché quel 15% è rappresentato in massima parte da persone che svolgono più lavori; il punto fondamentale comunque è che la disoccupazione non è un problema indipendente, e va affrontato in un quadro più ampio, che parte dall’emersione del lavoro nero e quindi dalla lotta all’evasione fiscale.
Sentiamo dire da tutte le parti che è finita l’epoca del posto fisso, che gli italiani si devono abituare a nuove forme di lavoro, che bisogna diventare imprenditori di sé stessi. Poi guardiamo i dati e scopriamo che negli ultimi trenta anni l’Italia è sempre stata quella con la più bassa quota di lavoratori dipendenti, il 71,4% nel 1999; allora forse è il caso di parlare di imprenditorialità agli Stati Uniti o alla Gran Bretagna, che con i loro 91,3% e 87,3% di lavoratori dipendenti si trovano all’estremità opposta della classifica.

Noi italiani abbiamo tanti difetti, ma sappiamo rimboccarci le maniche; quattro milioni di partite IVA dimostrano anche questo. Il problema è che chi ci governa dovrebbe far emergere e premiare chi lavora seriamente, e punire chi fa il furbo; invece da decenni viene fatto esattamente il contrario. E siccome siamo noi che ci scegliamo i governanti, sarebbe ora che la smettessimo di prendercela con loro e cominciassimo a darci da fare seriamente. Abbiamo rinunciato per troppo tempo al “fare politica”, lasciando che un gruppetto di mascalzoni facesse il bello e il cattivo tempo.
E’ finita l’era del “piove, governo ladro”.

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