Bugie con le gambe lunghe (1)

La saggezza popolare dice che le bugie hanno le gambe corte; peccato che la saggezza popolare non tenga conto degli strumenti che vengono utilizzati proprio per allungare le gambe alle bugie fino a farle diventare verità.
Sto leggendo un libro molto interessante che rivela alcune di queste bugie: “La leggenda della globalizzazione” di Elvio Dal Bosco, edizioni Bollati Boringhieri. Elvio Dal Bosco ha lavorato per molti anni al servizio studi della Banca d’Italia, e si è occupato in particolare di economia internazionale; il suo curriculum, unito ai dati contenuti nel libro, mi porta a dire che si tratta di persona seria e competente.
La globalizzazione, secondo la definizione OCSE, è quel processo mediante il quale i mercati e la produzione nei diversi paesi sono sempre più interdipendenti; la globalizzazione, presentata come la novità degli anni 90, è stata usata per giustificare la necessità di contenere i costi salariali nella aree sviluppate per reggere la concorrenza delle aree emergenti, deviando così l’attenzione dai guasti prodotti dalle politiche economiche e sociali che si ispirano al neoliberismo.
La prima bugia riguarda la novità della globalizzazione; in effetti misurata con i dati del commercio internazionale e degli investimenti diretti all’estero, essa è al livello del 1914. Due guerre mondiali e la crisi del 1929 hanno fortemente ridotto il grado di internazionalizzazione dell’economia; solo dal 1950 in poi si è avuto un recupero che ha riportato la situazione al punto di partenza dopo ben 90 anni.
Parte integrante della bugia sulla globalizzazione è la bugia sulla “new economy”: con questa espressione si allude ad una nuova onda lunga di sviluppo generata dalla diffusione di internet, con la connessa scoperta degli investimenti in titoli tecnologici quotati in borsa da parte di schiere entusiaste di navigatori in rete.
Anche in questo caso non c’è niente di nuovo. Anche tralasciando la corsa speculativa, che di questo si tratta in fondo, sui tulipani avvenuta nel 1600 in Olanda, l’applicazione esplicita delle idee di Keynes negli Stati Uniti negli anni 60, con grave ritardo rispetto all’Europa occidentale, fu denominata new economy dai consiglieri economici dei governi Kennedy e Johnson. […] La svolta neoliberista messa poi in pratica negli anni 80 fu chiamata, per distinguerla dalla precedente, “new new economy”. Essa era talmente nuova che riproponeva le concezioni in auge nell’800, cioè quel tipo di capitalismo selvaggio così ben descritto da Charles Dickens in Oliver Twist.

Sui contenuti e sugli effetti di queste bugie tornerò nei prossimi giorni, proseguendo nell’analisi del libro di Dal Bosco; su quanto detto fin qui vorrei fare una riflessione di carattere generale.
L’economia, come più in generale la storia dell’umanità, è soggetta a cicli che presentano in forme più o meno diverse, questioni analoghe al passato; se fossimo abbastanza intelligenti sfrutteremmo questa opportunità per imparare dagli errori commessi e non doverli quindi ripetere ogni volta. Far finta che ogni volta il problema sia completamente nuovo ci impedisce di sfruttare al nostro bene più prezioso: l’esperienza.
Mi viene inoltre da pensare ai cosiddetti no-global. L’impressione è che, fatta eccezione per alcuni gruppi più illuminati (il termine è antipatico ma credo che renda bene l’idea), questi signori lottino contro la storia: una battaglia impossibile da vincere. Io credo che l’attenzione e le energie vadano rivolte in un’altra direzione: se qualcuno alza un polverone, il problema non è la polvere, che sparirà da sola, ma quello che ci si nasconde sotto.
Non serve a niente chiedersi in che modo combattere la globalizzazione; bisogna chiedersi cosa nasconde la globalizzazione, e a chi giova. E’ rispondendo a queste domande che si individuano gli obiettivi reali e si può quindi intervenire. Evitando gli errori del passato.

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